venerdì 1 gennaio 2010

Rolando Certa

Rolando Certa è nato a Palermo (1931). Ha vissuto a Mazara del Vallo.
È uno dei fondatori del “Centro per la Cooperazione fra i Popoli del Mediterraneo” con sede in Mazara del Vallo. È stato ideatore e direttore della rivista “Impegno 70”, poi “Impegno 80”. Ha pubblicato:
Pallido mondo (1953), “Eco d'altra voce” (1959), “E siamo soli” (1963), “Una stagione d'amore (antologia con Scammacca e Decidue, 1970) ”, “Sicilia pecora sgozzata” (1974), Lettera a Leonida Breznev ” (1976), “Castalia” (in neo-greco, Atene, 1978), “Se tu ed io ed altri ancora” (1980, 1981), “Poeta ad Atene” (in italiano e neo-greco, Atene, 1981), “La tristezza ha un nome solo” (in macedone, Skopje, 1981), “Canto d'amore per la Sicilia” (in romeno, Timisoara, 1982), “Love long for Sicily” (in italiano, siciliano e inglese, Merrich, New York, 1982), “Due poeti siciliani” (in neogreco, Atene, 1982), “Ai fratelli di Mandia” (in italiano, francese e arabo, Mazara del Vallo 1983), Il sorriso della kore (in neogreco, Atene, 1983,), “Inquietudini poetiche” (in croato-serbo, Zagreb, 1984), “Poeta ad Atene” (Palermo, 1984), “Il sorriso della kore” (Palermo, 1985), “Arion” (in croato-serbo, Zagreb, 1985), “Viaggiatori della speranza” (in serbo-croato, Belgrado, 1986).
Ha pubblicato molti saggi, tra i quali si ricordano: “La Sicilia e il poeta Murilo Mendes” (1959), “ Ricordo di Mario Certa: un intellettuale del Sud” (1964), “Federico Garcia Lorca” (1969), “La condizione umana di Orazio Napoli“ (1970), “Rocco Scotellaro, uomo nuovo del Sud” (1973, 1974), “Sicilia come terzo mondo: appunti per una storia letteraria del sottosviluppo siciliano” (1974), “Poesia e sicilitudine” (1982), “Tradizione e realtà poetica dei siciliani” (1984), “L'itinerario di Salvatore Quasimodo” (1985, Con¬ferenza tenuta al «Centro Culturale Italiano» di Zagabria).

POESIE

(da: “Sicilia pecora sgozzata”, 1974)

Rapporto da una città sul mare

Sulla riva del Mediterraneo
a quest'ora il mare urla
credetemi non si lamenta
spezzato dalle raffiche di vento.

La mia città sul mare
a quest'ora è un turbine
e gli alberi faticano a reggersi.
È un vento che viene da lontano.

Credetemi, da tempo non ci lamentiamo più.
Molti sono partiti.
Altri sono rassegnati.
Altri sono stanchi, invecchiati.

L'alternativa al sistema
si dibatte nella lotta
per strappare a un partito,
ad una corrente un posto di sottogoverno.
Ma i duemila miliardi della Regione Siciliana
sono serrati nei forzieri delle banche.

L'articolo 38 è come un fantasma:
a mezzanotte appare davanti al cancello
del cimitero, bianco in tanto nero,
fa sberleffi, saltella e poi dispare.
C'è da noi chi crede ancora ai fantasmi;
ma dentro al drappo bianco
sappiamo che c'è un uomo malizioso e burlone,
un atroce buffone che sghignazza.

Qualcuno dice: è un bel divertimento.
Ma qui nessuno si diverte.

La crisi può fermare trattori e pescherecci.
(Le vecchie pregano: « Signore, dacci il nostro
pane quotidiano »).

I terremotati invece camminano.
Marciano da sei anni: vanno a Palermo e a Roma,
agitando cartelli e speranze.
Molti (pare ventimila) hanno allungato
il passo oltre le nostre capitali.
E ci hanno detto addio o arrivederci.
Qualche volta ci giunge una bella
cartolina da Losanna, Amburgo, dall' Australia.

Le acque del Bélice, in questi giorni,
si sono ingrossate, un piccolo sisma le ha sconvolte;
straripano, un vento infernale le colpisce.
Volano via i tetti delle baracche.
Mentre, nella mia città, arrivano i
tunisini, altre bocche da sfamare;
uomini (e donne) macilenti che
sperano nella civiltà occidentale . . .
Sono venuti ad abitare nella Kasbah,
otto in una stanza, della mia città sul mare,
proiettata verso l' Africa e verso l'avvenire…

Ma credetemi, i sogni vanno e vengono,
come le fate morgane d'estate a
specchio d'acqua nel Mar Mediterraneo.
Pantelleria capovolta, Capo Feto e Capo Granitola,
il faro rosso di Mazara
che indica la rotta ai naviganti.
Luci, motori, rumori di sirena
e affari, affari, sempre affari.
Questo è il paese di bengodi,
vieni qui, se vuoi essere felice,
vieni a trovarci.
Trascorrerai un'estate deliziosa.
Vedrai le nostre catapecchie arabe,
ancora arabe, sempre arabe.
E il mare. Un mare azzurro, calmo
o tempestoso, ancora limpido.
Ma un po' più in là ci sono i lager
e un po' più in là c'è anche la lupara.

Ringraziamo Iddio: abbiamo la nostra bella autonomia,
la nostra Regione Siciliana.

(Biascicano i vecchi : « padre nostro che sei nei cieli,
dacci oggi e sempre il pane quotidiano,
custodisci la nostra Regione Siciliana,
liberaci dai mali e così sia !).




(Da: “ Poeti per la pace”, 1982)

Se tu ed io ed altri ancora

A lon Brad

Ancora la tristezza sul volto e nel cuore.
Non siamo crepuscolari se respirando ancora
il veleno della guerra
invochiamo pace e comprensione.
Piangiamo e scriviamo
ci consoliamo di ritmi ed immagini,
accarezziamo il riflesso delle cose
guardiamo malinconici il volto dei bambini
la nostra infanzia fuggita,
riconquistata, perduta,
perchè una voce ineffabile ci dice
che molte aurore sorgeranno ancora
e molte primavere brilleranno
e che gli uomini non sono nati nemici
ma possono essere amici e fratelli
se tu ed io ed altri ancora
ci stringiamo la mano e ci scriviamo:
se tu all'Est ed io all'Ovest parliamo di pace
come si parla dell'amata
dei figli, degli amici,
della bellezza che rinasce dopo il temporale.





(Da: Il sorriso della kore”, 1985)

Le rotte del sole

Sono infinite le rotte del sole:
appaiono isole in lontananza.
Le coste sono miraggi di verde e di pietra.

Le rotte del sole scorrono
sulla scia del sogno:
senti un tamburo che ti batte dentro.

Senti il mare che sciaborda,
vedi i delfini che fanno capriole,
sentì il mare infinito, immenso.
Senti, allora, che la morte è piegata.

Cadono le sbarre dell'oscura prigione,
ad una ad una si frantumano, si sbriciolano.
Lo spazio è una voce prolungata, equorea,
il respiro ha il fiato dei venti.

Le rotte del sole sono le nostre fughe
dal reale; abbattono la schiavitù,
fanno crollare i confini, cancellano l'odio
e l'indifferenza annientano,
accendono musiche, incendiano
crateri, sprigionano i fuochi della fantasia.

Le rotte del sole ci portano lontano,
uccidono i suoni rauchi delle tempeste,
dissolvono le nebbie,
disegnano aurore nello spazio
abbaglianti come le montagne.

Le rotte del sole sono la libertà e l'amore,
germogliano come il seme
che fuoriesce dalla terra,
come il filo d'erba in cerca della luce e della vita.

Sono le strade che ho sempre cercato.



Colloquio

Il mio viaggio è appena cominciato?
È giunto al suo traguardo?
Io non so.
Tu ora partirai, andrai lontano.
Come raggiungerti? Con la poesia?
Essa non ha gambe né motori.
La poesia, falotica e solitaria,
a volte piange lacrime dolcissime
a volte arranca impacciata
a volte sbuffa come una vecchia macchina,
a volte urla, la sua caldaia scoppia.
La poesia è una creatura
con un'anima forsennata,
un'anima triste, malata.

Ma c'è un rifugio, forse,
una nuova illusione.
« Curaba »: un'insegna rossa
che acceca gli occhi.
« Curaba »: c'era una volta
una ragazzina, poi sparita.
Per vendere bottiglie di buon vino
mi sorrideva e mi porgeva la mano.

Mia cara Nichi,
la ragazzina delle bottiglie non c'è più.
Essa una volta mi baciava.
Ed ora ci sei tu.

Mia cara Nichi,
non sparire, non lasciarmi solo
fra tante bottiglie colorate,
pezzi di vetro lavorato,
avanzi di un mondo sbieco.

Il nostro tempo ha le convulsioni
come un vecchio agonizzante
fra mille acciacchi e pene.

Ho avuto pietà per il dolore.
Avrei voluto asciugare le sue lacrime,
stringerle al cuore, per esorcizzarle.
L'ho preso tra le braccia,
tramortito e tremante,
questo vecchio mondo malato,
e sono corso, sono corso a perdifiato
verso l'illusione che non serve
se poi tutto è finito all'obitorio
freddo e desolato.

Venivano i ragazzi e le ragazze,
gli allievi infermieri ad osservare.
Allora tu non c'eri. E credimi
camminavo tra i cipressi e
le fronde mi colpivano sul volto.
Tu non c'eri. Eri lontana. Inafferrabile.
Poi t'ho sognata e ti ho cercata
e ti ho trovata. Il mondo capovolto.

Capovolta la vita, delirante
voce la mia che insegue nuvole.
Ma nuvola tu non sei.
Sei voce lontana, non irreale,
voce che ha eco e risonanze vaste
in questo ricetto assai remoto.

Chi sono?
Un « io » che forse cerca il suo Dio,
un « io » che insegue la tua giovinezza,
irresponsabilmente, e senza gaiezza,
la tua giovinezza, tua non mia,
con molta fantasia.
Un « io » che si strugge e che contempla
la tua immagine cara.

Questa sera ti dico: non lasciarmi. Non andare.
Resta tra queste mura solitarie, non partire.
Senti? È come se nascesse una canzone...

La canzone che cantavo giovane
sotto la finestra dell'amata.
Non partire. Non mi abbandonare.

Mia cara Nichi, forse ho raccontato,
in modo un po’ patetico,
una favola amara.
L'ho scritta, come sempre, in una notte
poco chiara, senza la luce dei tuoi occhi.

1.3.78

Il sorriso della kore


Vieni dalla notte del tempo,
mia dolce Kore muta,
ed io mi aggiro intorno al tuo sorriso.
Ti ho contemplata,
mia dolce Kore arcaica e sfuggente.
Il tuo sorriso è simile a un miraggio.
Io volevo parlarti,
riandare con te nella notte del tempo,
la scia di luce del tuo volto seguire,
inabissarmi nell'incantamento.
Tu ritorni immagine, sogno,
sorriso arcaico e struggente,
mentre io costruisco un labirinto di parole
mentre implacabile si arroventa il sole
come il mio amore inutile e dolente.

28.6.78


Aspettando una donna

Aspettando una donna
non sono impaziente;
mi dico: forse è meglio
che non venga. Si, è meglio così...

Aspettando una donna
penso ai tuoi occhi verdi. Anzi me ne vado
perché ho timore che venga.

Sono veramente romantico?

Annoto di corsa queste righe,
perché potrebbe venire, altre volte è venuta.

Fuggire da una donna
e dal suo sesso è possibile,
ma come farò a fuggire da me stesso?

10.6.78

1 commento:

Piero Carbone ha detto...

carne viva, magma di versi! Ma com'è possibile che nessuno li veda, nessuno li senta, o quasi, questi vulcani che sono o sono stati in attività in Sicilia?