LA QUESTIONE MORALE E’ UNA QUESTIONE COGNITIVA
di Angela Giuffrida
Il dialogo tra Paolo Flores d'Arcais e Roberta De Monticelli Controversia sull'etica, apparso sul n. 5/2011 di Micromega, mostra l'impossibilità per le società androcentriche di evolversi razionalmente. Sostenere, infatti, come fa Flores d'Arcais, che la morale non può avere fondamento razionale significa affermare che non c'è ragione per costruire comunità civili, basate sul riconoscimento e il rispetto del vivente umano (e non umano).
Di sicuro la morale non può avere fondamento razionale in un mondo astratto – di pura fantasia - dove essere rispettati o perseguitati, essere liberi o schiavi, vivere o morire sono la stessa cosa dato che il riferimento è un essere immateriale, l'inesistente soggetto del pensiero filosofico. Se, viceversa, l'organismo vivente umano irrompe nel mondo del pensiero, con le sue cogenti necessità e le sue tante possibilità, la morale assume un valore altamente razionale in quanto funzionale alla sua sopravvivenza e alla sua evoluzione. E' così vero che il vivente l'ha iscritta nell'istinto. Se la nostra specie fa eccezione bisogna chiedersi perché, rappresentando la sua disattivazione un serio pericolo.
Certo se andiamo in cerca di una morale naturale come “realtà oggettiva, vera, cogente” alla stregua di “cromosomi morali nel cosmo o comunque nel cuore di Homo sapiens”, se , soprattutto, pensiamo di rintracciarne esempi costanti nelle società androcentriche dove “il furto, l’incesto, l’uccisione dei figli e dei padri, tutto ha trovato il proprio posto tra le azioni virtuose”, come Pascal constatava, difficilmente troveremo una soluzione al problema posto. Se poi ci intestardiamo a ricercare in società siffatte addirittura l’origine razionale dei valori, ci incamminiamo su una strada senza uscita, proprio come Flores d’Arcais. Per nulla impensierito dalla capacità degli animali di distinguere “tra comportamenti-sì e comportamenti-no”, a differenza degli uomini - gli animali razionali per eccellenza -, e dall’infondatezza dei valori che nelle società patrifocali vivono di vita propria, senza un perché, afferma che indifferentemente
“possiamo scegliere il primato del tu, cioè l’identità di ciascuno in quanto è un ‘tu’ per tutti gli altri, in eguale e reciproca dignità, ma possiamo viceversa scegliere di considerare gli altri ‘materia a disposizione’ per l’affermazione della nostra supremazia individuale o di gruppo. La scelta fra queste due possibilità non può essere razionale, è una decisione (benché spesso inconsapevole) in senso puro”.
La tesi della “irriflessività” delle scelte morali ha sbocchi piuttosto bizzarri perché sostenere che decisioni così importanti sono “pure” equivale a dire che scaturiscono dal nulla e che, perciò, vengono prese a casaccio. Per la verità “puro” e “assoluto” sono termini filosofici che non trovano corrispondenza nell’esperienza reale di ogni essere umano, il quale, come tutti i viventi, deve la sua esistenza ad una intricata rete di legami inscindibili con la sua e le altre specie. Purtroppo il sistema di pensiero maschile, che nell’assurda pretesa di essere unico e solo domina incontrastato da alcuni millenni, non prevede i nessi, basato com’è sull'assunzione di dati singoli scorporati dal contesto e fra loro opposti. La rappresentazione del mondo che ne deriva è atomizzata e conflittuale. Questo è il motivo per cui ragione e morale, assolutizzate ed entizzate perché prive di riferimento al corpo che le produce, diventano atomi irrelati, come d’altronde lo stesso individuo che, nell’errata percezione di un isolamento inesistente, ritiene di poter ricavare unicamente da sé forza e potenza.
La pretesa autonomia delle scelte morali – come d’altronde di qualsiasi altra scelta – deriva dalla parzialità dello sguardo maschile sul mondo. Il non-cognitivismo etico è centrato, infatti, unicamente sull’individuo che opera la scelta, mentre vengono totalmente oscurati tutti coloro che ne subiscono le conseguenze. Da questa angolazione visuale rispettare gli altri o usarli come mezzi è indifferente in quanto affare privato del singolo; d’altra parte la verifica della bontà o meno di ciascuna decisione è resa impossibile dalla cancellazione degli effetti “reali” sugli altri, ma anche su di sé dato che “la logica del prevaricatore se oggi la usate voi domani può ritorcersi contro di voi”.
Secondo me l’unico criterio di verità a nostra disposizione è il confronto con la realtà, la quale nella mente maschile sfuma pericolosamente a causa dell’estrema parcellizzazione che la rende intangibile. Diviso in mille parti antagoniste, lo stesso soggetto conoscente smarrisce la sua integrità di organismo per diventare un occhio che vede il mondo come uno schermo pieno di oggetti da manipolare a piacimento. L’assenza di sapere di sé rende possibile la trasformazione in “oggetti” anche dei viventi umani, considerati “materia a disposizione” per affermare la supremazia. Il pensiero filosofico registra tale defaillance ignorando l’organismo vivente che viene sostituito da un improbabile essere “purificato” dai legami corporei. E’ così che l’inesistente uomo neutro universale, soggetto della politica, rende inefficace qualsiasi tentativo volto alla realizzazione di società civili. Se, infatti, non esistiamo nella mente come organismi singoli e concreti, possiamo pretendere di essere riconosciuti e di vedere praticamente soddisfatte le nostre esigenze? Assicurare diritti ai fantasmi è impossibile per il semplice motivo che i fantasmi non hanno diritti da far valere.
Il valore primo da difendere è che condividiamo tutte e tutti la stessa condizione in quanto viventi. L’uguaglianza nella dignità deriva dal riconoscimento dell’integrità-unicità-autonomia dell’organismo vivente e dall’attribuzione del giusto valore alla vita che, lo sappiamo, nelle società androcratiche non ne ha alcuno. Se il soggetto del pensiero è l’organismo con le sue necessità e le sue possibilità, la morale e la ragione non appaiono estranee e addirittura antinomiche. Il fine di ogni vivente è vivere, perciò non è difficile capire che comunità basate sul riconoscimento e il rispetto sono in grado di garantire meglio la vita ai propri membri e di contribuire a mantenere la specie sul pianeta il più a lungo possibile. E’ invece sotto i nostri occhi l’universale debacle delle comunità organizzate da individui il cui unico scopo è inseguire un potere che non hanno. I furbi, ai quali nelle società patricentriche viene attribuita un’intelligenza acuta e penetrante, stanno mettendo in serio pericolo la sopravvivenza della specie di cui pure fanno parte e la vita stessa sul pianeta che li ospita, a causa dell’angustia della loro mente.
La morale è la più alta forma di assicurazione sulla vita, quindi non può non essere razionale. La vera razionalità è funzionale alla vita. A generarla è una dimensione affettiva evoluta, la sola in grado di rendere razionali idee ed azioni. E’ corretto affermare, come fa Roberta De Monticelli, che non si può “contrapporre la ragione alle emozioni, al sentimento, alla passione”. Pensiamo proprio perché siamo viventi e senzienti. La natura, la corporeità, l’affettività opposte dagli uomini alla ragione sono, invece, ciò che la rende possibile. E’ giusto anche introdurre nella nozione di ragione l’esperienza. La mente, infatti, è un processo del corpo biologico che trasforma l’esperienza in pensiero. L’empatia e il rispetto sono faticose conquiste mentali dovute soprattutto alle esperienze di riproduzione e di cura della vita, preziose perché assicurano la conoscenza di sé e dell’altro. Conferme a tal proposito arrivano da ricerche condotte in tutto il mondo da autorevoli scienziati che situano le attività di cura alla base dell’evoluzione cerebrale. Purtroppo tutte le società androcentriche, senza eccezioni, sono basate sullo sfruttamento del lavoro di cura. La sua collocazione in un mondo a parte - privato, inferiore e di pertinenza esclusivamente femminile - ha precluso agli uomini quelle esperienze affettivo-cognitive adatte a sviluppare una mente aperta e contenitiva, in grado di cogliere la ricchezza e la complessità del reale.
La questione morale è, dunque, una questione eminentemente cognitiva, è l’estrinsecazione di categorie mentali parziali e riduttive. La diffusione capillare del binomio irrazionalità-disumanizzazione nelle comunità in cui viviamo, ne costituisce la prova provata. Flores d’Arcais ha ragione quando afferma che è impossibile convincere chi non crede nella bontà dei valori di uguaglianza e giustizia, perché i ragionamenti non bastano a chi non ha sviluppato una conveniente apertura mentale. D’altronde, come può egli persuadere chicchessia se, per primo, non vede l’intima razionalità di tali valori e sostiene che “tra chi afferma l’eguale dignità di tutti e chi la nega…è possibile solo la guerra”? I valori non scaturiscono, io credo, da una imposizione violenta e dall’alto, ma dal sostegno all’evoluzione razionale delle menti.
5 ottobre 2011
mercoledì 5 ottobre 2011
Superrealisticallegoricaforismando, di Nadia Cavalera
Aforismi da "Superrealisticallegoricamente" di Nadia Cavalera
La superrealtà? è l’anima dell’universo: pura materialità di cervelli in rete allegorica tra loro. Hanno infinite dimensioni, forme e ubicazioni, e rappresentano tutte le possibilità: la fusione dei contrari
La materia è massa di spazio esteso, in vincolata mutazione, nel tempo
La massa è l’insieme degli elementi che compongono una specifica materia
Il cervello è la logica matematica che presiede ad una qualsiasi entità materiale
L’anima dell’universo è l’autocoscienza del tutto di procedere secondo evoluzione
L’evoluzione è il processo infinito del finito
Il finito è frammento dell’infinita mutazione di cui abbiamo coscienza ma non scienza
La creazione è infinito spettacolo vissuto
Gli scarti del creato non rompono l’armonia. Sono previsti, anzi auspicabili
La bellezza è produzione di scarti
La vera arte è esaltazione degli scarti, del difforme alla ricerca di una forma, da superare: il resto è, più o meno capace, imitazione
Ogni parte della natura, dell’universo, delle galassie dispone di un cervello, anche infinitesimale
L’attività del cervello ha ritmi diversi, secondo lo specifico in cui opera
Due le facoltà principali del cervello: registrare e progettare
L’attività principale del cervello è progettare, che vuol dire utilizzare i dati in possesso per impostarne e consentirne un’evoluzione. Il cervello, nella veglia, la svolge per un’entità specifica, nel sonno, per la specie d’appartenenza della medesima
Durante il sonno, il cervello passa in rassegna, per tenerli vivi e verificarli, i miliardi di dati e immagini, a sua disposizione, ab ovo, e, associandoli variamente, li compone in film, cortometraggi, telenovelas, videoclip, che gli uomini, quando ne portano allo stato di veglia qualche spezzone, chiamano sogni
Gli esseri viventi arriveranno a non avere bisogno di dormire quando il cervello acquisirà la competenza di svolgere le sue due funzioni principali contemporaneamente
Il sonno è la sospensione della vita, un suo rallentamento che deve permettere al cervello, libero dall’attività vigile del giorno, di immagazzinare, con verifiche, i nuovi dati acquisiti e di tenere in attività i già registrati nei milioni di anni, onde evitarne la perdita (: la memoria diminuisce se non si esercita e già i latini lo sapevano)
I sogni, sia notturni che diurni, non sono facoltativi, ma assolutamente indispensabili alla vita, in quanto costituiscono la facoltà progettuale del cervello, quella principale, con cui, utilizzando la memoria genetica, esso costruisce a piccoli passi lo sviluppo dello specifico in cui è inserito
Nella memoria di ogni individuo è compressa tutta la vita del suo albero genealogico (: sino al pitecantropo, ancora più indietro: in un immenso oceano)
Le straordinarie numerosissime sceneggiature che il cervello attua di notte passano dinnanzi a noi resi inerti dal sonno e solo ogni tanto cogliamo e riportiamo nel giorno qualche spezzone di filmato che ci ha particolarmente colpito, perché è la risposta a un qualche nostro quesito, l’allegoria di un nostro vissuto quotidiano
Nascono così le rassegne infinite di ogni notte che ripercorrono la dinasty di quell’entità e che gli uomini chiamano sogni
Non ci sono ragioni del cuore che il cervello non conosca
L’amore è il raffinato top della tecnologia cerebrale, finalizzato a rendere accettabili le continue sperimentazioni della vita
Ogni esperienza è una forma di conoscenza, ma non c’è vera conoscenza senza verifica
La scrittura, quando è autentica, costituisce il superbo scalpello del pensiero
Il nostro non è il migliore dei mondi possibili ed è questa consapevolezza la causa dell’infelicità (: potevamo essere più fortunati!)
La vita è gettito di energia materiale con un timer interno geneticamente determinato. Va ad esaurimento, se non viene bloccata anzi tempo
La morte prematura, normale forse per minor consapevolezza tra gli altri animali, lascia tra gli umani un rimpianto nell’aria, una nostalgia di ciò che non è stato, una dolorosa presa d’atto dello spreco registrato, nel cammino evolutivo
Anche gli alberi hanno un cervello e delle emozioni: se feriti duramente, muoiono
Gli alberi sono come noi, a tempi identici, solo a ritmi diversi.
Le stagioni sono indispensabili perché si possa compiere nella natura, a cerchi concentrici, ciò che si compie nell’uomo (: è una storia di registrazione e elaborazione dati)
I sentimenti, le emozioni sono semplici tecniche del cervello per fissare meglio dei dati
Ogni esperienza è una forma di conoscenza, esaltata negli umani dalla scrittura che, quando è autentica, costituisce il superbo scalpello del pensiero
Le straordinarie numerosissime sceneggiature che il cervello attua di notte passano dinnanzi a noi inerti e solo ogni tanto cogliamo e riportiamo nel giorno qualche spezzone di filmato che ci ha particolarmente colpito, perché è la risposta a un qualche nostro quesito, l’allegoria di un nostro vissuto quotidiano
La coscienza è la somma biologico-meccanica di più consapevolezze circa una data realtà esterna o interna che ci interessi
L’abitudine è il costringersi a ripetere nella vita sempre i riti fisici o mentali che riteniamo ottimali nella nostra evoluzione e non vogliamo quindi che cambino (: pavida pigrizia comoda)
Per cause ancora da stabilire può accadere che alcuni dei tantissimi dati in possesso del nostro cervello scivolino dal suo dna ed emergano nella coscienza di taluni dando luogo al cosiddetto paranormale
La telepatia è una delle nostre antichissime capacità, poi perse, e che talora affiorano dai fondali della nostra memoria in circostanze e soggetti particolari
Le allucinazioni naturali o provocate sono disfunzioni cerebrali per cui frammenti di deposito memoriale brillano alla coscienza
Col tempo non c’è alchimia che non possa essere possibile
Conoscere è consolidare, nel senso che si richiamano, rinforzano e arricchiscono i ricordi compressi nel nostro dna ed appartenenti ai nostri predecessori, ab ovo (: copie diverse, parvenze di esemplari già in nostro possesso, di tutti i nostri avi). L’esperienza fornisce fatti che si possono cogliere solo nel movimento
La cosiddetta anima è l’autocoscienza del cervello di funzionare adeguatamente e quando questo si spegne è l’ultima a mancare
Anche gli animali hanno una coscienza e solo la scrittura è l’unico discrimine con gli umani
La vita è totale continuo movimento: tensione verso l’evoluzione: spasimo e goduria di una infinita attesa
L’egoismo è la sana pulsione all’autoconservazione per garantire la specifica evoluzione
La morale è l’egoismo rispettoso degli altri egoismi
Felicità è la libertà di vivere secondo morale
Libertà è la felicità di vivere secondo morale
La speranza è la tensione continua di vivere nella felicità della libertà morale
La fame di potere è coscienza spiacevole dei propri limiti specifici associata ad ansia spasmodica di superarli, ma solo nel condizionare le evoluzioni altrui
Il finito è frammento dell’infinito di cui abbiamo coscienza ma non scienza
L’evoluzione è il processo infinito del finito
Il dio della chiesa è immorale: ha permesso e permette tutti gli sconci possibili frenando il trionfo dell’etica
Antipatica è quella persona specchiandoci nella quale scopriamo il dramma da cui vorremmo fuggire (: preferiamo distrarci)
Simpatica è quella persona che coccola le nostre pie false illusioni
Per troppi medici ormai il massimo dell’etica è ignorarla
Alcune scuole sono tombe di cultura vera in cui s’imbozzolano i fallimenti di docenti che si autoconvincono del contrario
La privacy è l’ultimo stratagemma dei potenti per gabbare gli impotenti
sabato 1 maggio 2010
BOLLETTARIO, Anno XXI, n. 62-63, Maggio-Settembre, 2010
numero in progress
POETI SARDI
a cura di MICHELE PINNA
Paola Alcioni
Antonio Canu
Giovanni Maria Cherchi
Franco Cocco
Ignazio Delogu
Pinuccio Giudice Marras
Antonio Mura Ena
Raffaele Piras
Tonino Rubattu
Anna Cristina Serra
POETI SARDI
a cura di GIUSEPPE PISCHEDDA
Carlo Boassa
Gigi Dessì
Raimondo Manelli
Francesco Masala
Teresa Mundula
Leandro Muoni
Piero Pischedda
CRITICA
LIBRI
RIVISTE
POETI SARDI
a cura di MICHELE PINNA
Paola Alcioni
Antonio Canu
Giovanni Maria Cherchi
Franco Cocco
Ignazio Delogu
Pinuccio Giudice Marras
Antonio Mura Ena
Raffaele Piras
Tonino Rubattu
Anna Cristina Serra
POETI SARDI
a cura di GIUSEPPE PISCHEDDA
Carlo Boassa
Gigi Dessì
Raimondo Manelli
Francesco Masala
Teresa Mundula
Leandro Muoni
Piero Pischedda
CRITICA
LIBRI
RIVISTE
Paola Alcioni
PAOLA ALCIONI
Nata a Cagliari il 12 marzo 1955, laureata in Giurisprudenza. Vincitrice di numerosi premi di poesia in lingua sarda , di cui tra i più importanti si ricordano: Ozieri, Romangia, Posada. Sue poesie sono state tradotte e pubblicate in inglese, in tedesco e in galiziano. Collabora con “Il Giornale di Sardegna” e con alcune riviste culturali. Otto suoi racconti sono stati letti in una trasmissione radiofonica della RAI. Ha pubblicato: nel 2003 il romanzo "La stirpe dei Re perduti" con la casa editrice Il Maestrale, nel 2004 il romanzo per ragazzi “Il segreto della casa abbandonata” e il romanzo Addìa (in lingua sarda) scritto con il poeta di Torpè Antonimaria Pala, entrambi per le edizioni Condaghes.
CASTEDDU
Casteddu,
Logu de diora
aundi si strogat
imoi
sa soga mia
pregontamí chi oi
fintzas deu
nàscia in custas prajas
chen’’e fini
limúsinas a pediri
seu andendi
e a chini.
A chini? A su stràngiu.
Casteddu
àchili artiva
chi càstias sempri in faci
a su maistrali
naramí de cali
sentidu de sderruta
che pani marigosu
s’eus a bivi
intra is murallas artas
chi nosu ‘e totu
si pesaus a ingíriu?
De cali fartas
s’eus a pertungi
fintzas a si spaciai
sighendi a ghetai
coru, logu, e dogn’àteru beni
a su fogu
de s’arràngulu allenu?
Sa frida pampa ‘e su maistrali
m’ap’a pigai una dí che lama
de feli, acutza
po ti liberai - mama
de dogna durciori,
mama de dogna spera -
de su dolori ‘e is passus
chi no lompint a nudda
ma acàrcigant a nosu
che pruini chen’’e contu
e a tui,
che morta andera...
Cagliari
Luogo antico
dove si dipana
ora
il mio filo
domandami se oggi
anche io
nata in queste spiagge
infinite
elemosina a chiedere
sto andando
e a chi.
A chi? Allo straniero.
Cagliari
aquila orgogliosa
che guardi sempre in faccia
il maestrale
dimmi di quale
sentimento di sconfitta
come pane amaro
vivremo
tra le alte mura
che noi stessi
leviamo intorno a noi?
Di quali colpe
ci corroderemo
fino a consumarci
continuando a gettare
cuore, terra e ogni altra ricchezza
al fuoco
dell’avidità d’altri?
La fredda fiamma del maestrale
mi prenderò un giorno come lama
di inquietudine, aguzza
per liberarti - mamma
di ogni dolcezza,
mamma di ogni speranza -
dal dolore dei passi
che non giungono a nulla
ma calpestano noi
come polvere senza valore
e te
come morta strada..
Nata a Cagliari il 12 marzo 1955, laureata in Giurisprudenza. Vincitrice di numerosi premi di poesia in lingua sarda , di cui tra i più importanti si ricordano: Ozieri, Romangia, Posada. Sue poesie sono state tradotte e pubblicate in inglese, in tedesco e in galiziano. Collabora con “Il Giornale di Sardegna” e con alcune riviste culturali. Otto suoi racconti sono stati letti in una trasmissione radiofonica della RAI. Ha pubblicato: nel 2003 il romanzo "La stirpe dei Re perduti" con la casa editrice Il Maestrale, nel 2004 il romanzo per ragazzi “Il segreto della casa abbandonata” e il romanzo Addìa (in lingua sarda) scritto con il poeta di Torpè Antonimaria Pala, entrambi per le edizioni Condaghes.
CASTEDDU
Casteddu,
Logu de diora
aundi si strogat
imoi
sa soga mia
pregontamí chi oi
fintzas deu
nàscia in custas prajas
chen’’e fini
limúsinas a pediri
seu andendi
e a chini.
A chini? A su stràngiu.
Casteddu
àchili artiva
chi càstias sempri in faci
a su maistrali
naramí de cali
sentidu de sderruta
che pani marigosu
s’eus a bivi
intra is murallas artas
chi nosu ‘e totu
si pesaus a ingíriu?
De cali fartas
s’eus a pertungi
fintzas a si spaciai
sighendi a ghetai
coru, logu, e dogn’àteru beni
a su fogu
de s’arràngulu allenu?
Sa frida pampa ‘e su maistrali
m’ap’a pigai una dí che lama
de feli, acutza
po ti liberai - mama
de dogna durciori,
mama de dogna spera -
de su dolori ‘e is passus
chi no lompint a nudda
ma acàrcigant a nosu
che pruini chen’’e contu
e a tui,
che morta andera...
Cagliari
Luogo antico
dove si dipana
ora
il mio filo
domandami se oggi
anche io
nata in queste spiagge
infinite
elemosina a chiedere
sto andando
e a chi.
A chi? Allo straniero.
Cagliari
aquila orgogliosa
che guardi sempre in faccia
il maestrale
dimmi di quale
sentimento di sconfitta
come pane amaro
vivremo
tra le alte mura
che noi stessi
leviamo intorno a noi?
Di quali colpe
ci corroderemo
fino a consumarci
continuando a gettare
cuore, terra e ogni altra ricchezza
al fuoco
dell’avidità d’altri?
La fredda fiamma del maestrale
mi prenderò un giorno come lama
di inquietudine, aguzza
per liberarti - mamma
di ogni dolcezza,
mamma di ogni speranza -
dal dolore dei passi
che non giungono a nulla
ma calpestano noi
come polvere senza valore
e te
come morta strada..
Antonio Canu
ANTONIO CANU és nat a Ocier al 1929. Al 1939 se transfereix a l’Alguer. De llengua mare sarda, se integra a a cultura de la nostra ciutat. Per conèixer més en profunditat i utilitzar amb més propietat l’alguerés freqùenta, a partir deI 1985, l’Escola de alguerés “Pasqual Scanu” i, successivament, se fa soci de l’Obra Cultural. Al 1990 comenga a utìlìtzar l’alguerés també com expressiò poètica.
En aquest primer recuil sòn ìnserides les poesies que A. Canu ha presentat als concursos literaris on ha aconseguit numerosos reconeixements; sovint és resultat guanyador: Concurs Nacional Dialectal “G. Modena” (1991); secciò dialectal del “Massimiliano Kolbe” (1992): Concurs Nacional “Luci di Poesia” (1993); Me- dalla d’Or al “Valente Faustini” (1993); Concurs Nacional “Le stagioni dell’anima” (1994); secciò llengùes minoritàries del “Nosside” (1994); recentmentIi és estat assignat el premi especial “Franco Marongiu” a la xxxviia ed. (1995) del “Premio Ozieri”, per la poesia Pianura blava.
MINYONS DE BAHIA
La Iluna rellisca
sobre les ginquetes pacients
del Pelourinho.
Entra en les cases
en les favelas
a despertar l’esperança.
La Iluna sona el berimbau,
los minyons martellen
les teses carcasses dels timbals,
creixi el ritme
i la mùsica és un riu
que corri,
ompli els carrers, les places
i de les riberes de l’oceà,
on Angels Negres
renten la malenconia.
RAGAZZI DI BAHIA
La luna scivola
sopra i ciottoli pazienti
del Pelourinho.
Entra nelle case nelle favelas
a svegliare la speranza.
La luna suona il berimbau,
i ragazzi battono
le tese carcasse dei tamburi,
cresce il ritmo
e la musica è un fiume
che scorre,
colma le strade, le piazze
e le rive dell’oceano,
dove Angeli Neri
lavano la malinconia.
En aquest primer recuil sòn ìnserides les poesies que A. Canu ha presentat als concursos literaris on ha aconseguit numerosos reconeixements; sovint és resultat guanyador: Concurs Nacional Dialectal “G. Modena” (1991); secciò dialectal del “Massimiliano Kolbe” (1992): Concurs Nacional “Luci di Poesia” (1993); Me- dalla d’Or al “Valente Faustini” (1993); Concurs Nacional “Le stagioni dell’anima” (1994); secciò llengùes minoritàries del “Nosside” (1994); recentmentIi és estat assignat el premi especial “Franco Marongiu” a la xxxviia ed. (1995) del “Premio Ozieri”, per la poesia Pianura blava.
MINYONS DE BAHIA
La Iluna rellisca
sobre les ginquetes pacients
del Pelourinho.
Entra en les cases
en les favelas
a despertar l’esperança.
La Iluna sona el berimbau,
los minyons martellen
les teses carcasses dels timbals,
creixi el ritme
i la mùsica és un riu
que corri,
ompli els carrers, les places
i de les riberes de l’oceà,
on Angels Negres
renten la malenconia.
RAGAZZI DI BAHIA
La luna scivola
sopra i ciottoli pazienti
del Pelourinho.
Entra nelle case nelle favelas
a svegliare la speranza.
La luna suona il berimbau,
i ragazzi battono
le tese carcasse dei tamburi,
cresce il ritmo
e la musica è un fiume
che scorre,
colma le strade, le piazze
e le rive dell’oceano,
dove Angeli Neri
lavano la malinconia.
Giovanni Maria Cherchi
GIOVANNI MARIA CHERCHI
S’attraessu
Sas arveghes si movene dae tesu
appenas ilgiarende sas aeras
e pasa pasa in chirca de ricattu
si tuccan de su monte a s‘atter‘ala.
E nd’intendet sa zente a manzanile
s ‘attraessu ‘e sa ‘idda
e misciu a s ‘appeìttigu
s ‘appeddu de sos canes cun su ‘elidu
de anzones time time. Sos piseddos
iscultana su tinnulu
duiche ‘e sas ischiglias in su sonnu
e biden in sos bisos
— ca la tenen in coro — andendeche sa gama cara a sole
e bianca nida a supaschinzu nou.
Il passaggio
Di lontano si muovono le greggi
sul primo far del giorno e lemme lemme
in cerca d’erba vanno
di là dal colle.
E n‘intende la gente
il passaggio al mattino
per le strade del borgo
e misto al trepestio
il belato tremante degli agnelli
e l’abbaio dei cani.
Ne sentono i fanciulli
nel sonno il tintinnio
sommesso dei campani
e nei sogni intravedono
— a tenerlo nel cuore —
il gregge volto al sole
andarsene col candido suo vello
ai pascoli inviolati.
S’attraessu
Sas arveghes si movene dae tesu
appenas ilgiarende sas aeras
e pasa pasa in chirca de ricattu
si tuccan de su monte a s‘atter‘ala.
E nd’intendet sa zente a manzanile
s ‘attraessu ‘e sa ‘idda
e misciu a s ‘appeìttigu
s ‘appeddu de sos canes cun su ‘elidu
de anzones time time. Sos piseddos
iscultana su tinnulu
duiche ‘e sas ischiglias in su sonnu
e biden in sos bisos
— ca la tenen in coro — andendeche sa gama cara a sole
e bianca nida a supaschinzu nou.
Il passaggio
Di lontano si muovono le greggi
sul primo far del giorno e lemme lemme
in cerca d’erba vanno
di là dal colle.
E n‘intende la gente
il passaggio al mattino
per le strade del borgo
e misto al trepestio
il belato tremante degli agnelli
e l’abbaio dei cani.
Ne sentono i fanciulli
nel sonno il tintinnio
sommesso dei campani
e nei sogni intravedono
— a tenerlo nel cuore —
il gregge volto al sole
andarsene col candido suo vello
ai pascoli inviolati.
Franco Cocco
FRANCO COCCO
Nato nel 1935 a Buddusò (Sassari), ma il paese dell’anima è Sèdini, Franco Cocco ha studiato a Ozieri, si è laureato con una tesi su Pasolini nella facoltà di Magistero di Sassari dove, comandato dal Ministero, ha seguito cinque anni di tirocinio presso L’Istituto di Filologia Moderna.
Ha insegnato italiano e storia nelle scuole superiori di Ozieri. Nel presentare la Radice del pianto (1995), che ha inaugurato questa collana, è stato messo in evidenza un suo rapporto ambivalente con la lingua materna: “un rapporto non risolto e non pacificato che è complesso intrigo di valenza anche psicoanalitica con la sua isola - grembo e nodo della sua perpetua irrequietudine, persino ossessiva in quelle sue disgiunzioni che sono più spesso sofferte congiunzioni”.
Nella prefazione alla raccolta, L’arca di vento (1998), premiata al “Giuseppe Dessi’, ha scritto Mario Luzi: “Condensa nel suo svolgimento teorico operativo - di poetica cioè e di poesia in atto - il magistero di alcuni dei più intensi momenti della tradizione novecentesca; se c’è una poesia ‘a maiori’ nell’ordine dei temi e degli intendimenti, è la sua”. Le poesie di L’arca di vento sono state tradotte in lingua francese.
Presentando In nome della pietra (1999), Bachisio Bandinu puntualmente individuava: “l’ansia che percorre l’esistenza dall’arco di pietra del portale alla stele epitaffio”.
Come critico letterario Cocco ha collaborato e collabora a riviste letterarie e giornali, da ‘La Grotta della vipera’, a ‘Il Ragguaglio librario”, a “La Nuova Sardegna”. Ha pubblicato: Pasolini, un mito dentro lo scisma (1984); il saggio - antologia, Dove l’ombra d’alloro - Poeti bilingui a Ozieri dal 1800 al 1986 (1987); L’isola immaginano d’arcipelago (1995). Ha curato nel volume, L’amarezza leggiadra della lingua, gli Atti del Convegno sul “Premio Ozieri”, su lingua e poeti sardi (1991).
Dal suo primo amore per la poesia in italiano, Franco Cocco ha preso gradatamente coscienza del problema della lingua materna e ha partecipato con successo a concorsi letterari in lingua sarda. Le sue poesie in sardo sono state tradotte in diverse lingue. E’ approdato perciò abbastanza presto alla prima raccolta, Sos cantos de su entu bardaneri - I canti del vento bardanico (2001), che ha avuto il “Premio nazionale Lanciano - Mario Sansone”.
luna bandera ‘e chelu
luna bandera ‘e chelu nàrami cantas paghes
hamus pèrdidu nois mortos in carre bia
chi gherramus donz’ora in custa arzola ‘e piantu
pro una vida chi ‘olat che mundaza de paza
spramminada dae isfuettada d’‘entu...
appenu in bucca grànghidat cun limba furcada ‘e pìbera
oriolu meu d’èssere puba essende biu
trobeidu con sonnios ti cando sa cantone
dudosu eo so de vìvere in pettus m’est creschende
raighjna ‘e sabadiglia cun fiore ‘e soledade
niedda chei s’isprefundu asculta sa cantone
murmuttada a s’iscuja in ora feriada
su piantu est pro nois risu e su risu est piantu
ma in sa coa ‘e una notte disizosa de festa
s’ind’istan ammajadas mariposas de istellas
luna piena in sa piatta s’est pesadu su ballu
tundu d’allegru Diònisu... sambene in coro ballat
de s’ermosa anfanera sos pes sun alas d’‘entu
asculta sa cantone chi ti canto a s’iscuja
so mortu essende biu e biu essende mortu
che Gèsus in sa rughe in punta ‘e su Calvariu
luna bella d’eranu sas violeras d’olvidu
mùidan in venas mias che abes intro su moju
dilliriende d’amore so cun nepente ‘e luna
asculta sa cantone chi ti canto a s’iscuja
so mortu essende biu e biu essende mortu
asculta sa cantone imbreaga de luna
luna bandiera di cielo
luna bandiera di cielo dimmi quante paci
abbiamo perduto noi morti in carne viva
che lottiamo ognora in questa aia di pianto
per una vita che vola come mondiglia di paglia
sparpagliata da scudisciata di vento…
in bocca è grido di pena con lingua forcuta di vipera
mio rovello d’essere fantasma essendo vivo
impastoiato da sogni ti canto la canzone
sono dubbioso di vivere in petto mista crescendo
radice d’elleboro con fiore di solitudine
nera come l’abisso ascolta la canzone
mormorata segretamente ad ora tarda
il pianto è per noi riso e il riso è pianto
ma nel grembo di una notte desiderosa di festa
se ne stanno ammaliate farfalle di stelle
plenilunio nella piazza è iniziato il ballo
tondo d’ebbro Diòniso... in cuore danza sangue
i piedi dell’amante ammaliatrice sono ali di vento
ascolta la canzone che ti canto segretamente
son morto essendo vivo e vivo essendo morto
come Gesù sulla croce in cima al Calvario
luna bella di primavera le vaghezze d’oblio
ronzano nelle mie vene come api dentro il bagno
sto delirando d’amore con nepente di luna
ascolta la canzone che ti canto segretamente
son morto essendo vivo e vivo essendo morto
ascolta la canzone ubriaca di lun
Nato nel 1935 a Buddusò (Sassari), ma il paese dell’anima è Sèdini, Franco Cocco ha studiato a Ozieri, si è laureato con una tesi su Pasolini nella facoltà di Magistero di Sassari dove, comandato dal Ministero, ha seguito cinque anni di tirocinio presso L’Istituto di Filologia Moderna.
Ha insegnato italiano e storia nelle scuole superiori di Ozieri. Nel presentare la Radice del pianto (1995), che ha inaugurato questa collana, è stato messo in evidenza un suo rapporto ambivalente con la lingua materna: “un rapporto non risolto e non pacificato che è complesso intrigo di valenza anche psicoanalitica con la sua isola - grembo e nodo della sua perpetua irrequietudine, persino ossessiva in quelle sue disgiunzioni che sono più spesso sofferte congiunzioni”.
Nella prefazione alla raccolta, L’arca di vento (1998), premiata al “Giuseppe Dessi’, ha scritto Mario Luzi: “Condensa nel suo svolgimento teorico operativo - di poetica cioè e di poesia in atto - il magistero di alcuni dei più intensi momenti della tradizione novecentesca; se c’è una poesia ‘a maiori’ nell’ordine dei temi e degli intendimenti, è la sua”. Le poesie di L’arca di vento sono state tradotte in lingua francese.
Presentando In nome della pietra (1999), Bachisio Bandinu puntualmente individuava: “l’ansia che percorre l’esistenza dall’arco di pietra del portale alla stele epitaffio”.
Come critico letterario Cocco ha collaborato e collabora a riviste letterarie e giornali, da ‘La Grotta della vipera’, a ‘Il Ragguaglio librario”, a “La Nuova Sardegna”. Ha pubblicato: Pasolini, un mito dentro lo scisma (1984); il saggio - antologia, Dove l’ombra d’alloro - Poeti bilingui a Ozieri dal 1800 al 1986 (1987); L’isola immaginano d’arcipelago (1995). Ha curato nel volume, L’amarezza leggiadra della lingua, gli Atti del Convegno sul “Premio Ozieri”, su lingua e poeti sardi (1991).
Dal suo primo amore per la poesia in italiano, Franco Cocco ha preso gradatamente coscienza del problema della lingua materna e ha partecipato con successo a concorsi letterari in lingua sarda. Le sue poesie in sardo sono state tradotte in diverse lingue. E’ approdato perciò abbastanza presto alla prima raccolta, Sos cantos de su entu bardaneri - I canti del vento bardanico (2001), che ha avuto il “Premio nazionale Lanciano - Mario Sansone”.
luna bandera ‘e chelu
luna bandera ‘e chelu nàrami cantas paghes
hamus pèrdidu nois mortos in carre bia
chi gherramus donz’ora in custa arzola ‘e piantu
pro una vida chi ‘olat che mundaza de paza
spramminada dae isfuettada d’‘entu...
appenu in bucca grànghidat cun limba furcada ‘e pìbera
oriolu meu d’èssere puba essende biu
trobeidu con sonnios ti cando sa cantone
dudosu eo so de vìvere in pettus m’est creschende
raighjna ‘e sabadiglia cun fiore ‘e soledade
niedda chei s’isprefundu asculta sa cantone
murmuttada a s’iscuja in ora feriada
su piantu est pro nois risu e su risu est piantu
ma in sa coa ‘e una notte disizosa de festa
s’ind’istan ammajadas mariposas de istellas
luna piena in sa piatta s’est pesadu su ballu
tundu d’allegru Diònisu... sambene in coro ballat
de s’ermosa anfanera sos pes sun alas d’‘entu
asculta sa cantone chi ti canto a s’iscuja
so mortu essende biu e biu essende mortu
che Gèsus in sa rughe in punta ‘e su Calvariu
luna bella d’eranu sas violeras d’olvidu
mùidan in venas mias che abes intro su moju
dilliriende d’amore so cun nepente ‘e luna
asculta sa cantone chi ti canto a s’iscuja
so mortu essende biu e biu essende mortu
asculta sa cantone imbreaga de luna
luna bandiera di cielo
luna bandiera di cielo dimmi quante paci
abbiamo perduto noi morti in carne viva
che lottiamo ognora in questa aia di pianto
per una vita che vola come mondiglia di paglia
sparpagliata da scudisciata di vento…
in bocca è grido di pena con lingua forcuta di vipera
mio rovello d’essere fantasma essendo vivo
impastoiato da sogni ti canto la canzone
sono dubbioso di vivere in petto mista crescendo
radice d’elleboro con fiore di solitudine
nera come l’abisso ascolta la canzone
mormorata segretamente ad ora tarda
il pianto è per noi riso e il riso è pianto
ma nel grembo di una notte desiderosa di festa
se ne stanno ammaliate farfalle di stelle
plenilunio nella piazza è iniziato il ballo
tondo d’ebbro Diòniso... in cuore danza sangue
i piedi dell’amante ammaliatrice sono ali di vento
ascolta la canzone che ti canto segretamente
son morto essendo vivo e vivo essendo morto
come Gesù sulla croce in cima al Calvario
luna bella di primavera le vaghezze d’oblio
ronzano nelle mie vene come api dentro il bagno
sto delirando d’amore con nepente di luna
ascolta la canzone che ti canto segretamente
son morto essendo vivo e vivo essendo morto
ascolta la canzone ubriaca di lun
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