martedì 24 settembre 2019



Michela Apollonia, mia madre


di Nadia Cavalera

È nata a Galatone (Lecce), in un vicolo di Armando Diaz (cuore del centro storico), il 28 agosto del 1921, da Filomena Cascarano e Giovanni Riccardi, che sulla stessa strada, ad angolo col vicolo, gestivano una trattoria (con vendita di generi alimentari), e alcune camere d’albergo, dislocate sopra.
Si chiamava Michela Apollonia Riccardi, terzultima di 10 figli (Pantaleo, Rocco, Antonio, Michele Biagio, Vincenzo, Egilda, Egilda Grazia, Michela Apollonia, Lucia, Annita).
È mia madre.
Porta il nome del fratellino Michele Biagio, morto, probabilmente di spagnola, a 5 anni nel 1918, due giorni dopo di Egilda, di un anno appena.
Una definizione breve? Bella, buona e santa. Un’ intera vita dedita alla famiglia. Prima quella d’origine, dove aiutava per quanto poteva i genitori nella loro attività di commercianti ristoratori, con un annesso piccolo albergo. Proprio così, un albergo. Forse era più una locanda, ma il termine che correva in famiglia era quello. Ricordo bene che lei lo ripeteva spesso, che andava a riordinare le camere dell’albergo (quattro), e ricordo ancora meglio il suo sconcerto quando una volta vide, sul letto già rassettato, tutti gli indumenti piegati con ordine del loro avventore forestiero più strano. In una vecchia agenda ho recuperato il suo nome: Leopoldo, ma forse scavando nella storia del paese, si potrà arrivare anche al cognome e saperne di più. Sempre triste, allampanato, di poche parole, quella mattina, prima di andarsi ad uccidere, aveva voluto lasciare tutto in ordine. E in quest’ottica probabilmente rientrava la sua morte, una messa a punto di un errore d’origine per lui. Lo ripescarono a mare, con una corda e una pisara al collo. La cosa fu per lei così sconvolgente che non volle andarci più nell’albergo, gli sembrava di vederlo dappertutto. Fu accontentata, anche perché in una casa con tanti figli e attività molteplici, di cose da fare non mancavano, e c’era per lei una continua lotta per guadagnarsi e conservarsi uno spazio tutto per sé, tra le prepotenze talora dei fratelli (non aveva mai dimenticato quel calcio sferratole da dietro, nelle parti basse, senza motivo, da Antonino) e le concorrenze delle sorelle (per vincere la golosità di Gilda si nascondeva il cioccolato, dove poteva e una volta sotto il materasso lo trovò squagliato).
Ma i fratelli, tutti provetti lavoratori in vari settori, se ne andarono ben presto, e in casa rimasero solo le quattro femmine.
Finalmente si poteva stare meglio. Anche se la casa rimaneva piccola. Consisteva in una saletta d’ingresso (con un tavolo, una credenza un’angoliera e uno scrittoietto), due camere da letto a destra (la prima dei genitori con porta finestra sul vicolo, l’altra interna delle ragazze, con finestrella alta su un cortile comune), e, in fondo a sinistra, l’accesso ad un cavedio (dove s’imponeva, accanto ad una pila, un porta bacile con brocca), da cui si raggiungeva il cesso prima, poi la cucina economica con camino, e anche, attraverso una breve rampa di scale a destra, la stanza dei fratelli, ricavata da una colombaia.
Partito l’ultimo di essi, Gilda e Michela si trasferirono subito nella stanza in alto. Cetta e Annita rimasero giù. E la vita continuò per lei nella norma, con la costante attenzione e curiosità verso tutto ciò che di bello la circondava, soprattutto riviste di moda (circolanti per Gilda, bravissima sarta), storie ammodo del paese, raccontate nelle prediche, e persino i panni stesi dalle cameriere di vicini blasonati. Ne ammirava la cura e l’ordine nella disposizione, che fece suoi per tutta la vita, sino a trasmetterceli. Guai a stendere i panni alla rinfusa, ma tutto con una logica che avrebbe favorito l’operazione di ritirarli e stirarli.
Anche negli amori fu molto attenta e cauta (voleva evitare le tante storie deludenti di ragazze, sedotte a abbandonate dai loro innamorati irresponsabili, come sarebbe capitato poi ad una sua sorella). Accettò la corte solo di un giovane bello, intelligente, e di carriera promettente, che sarebbe stato mio padre: Sebastiano Cavalera.
Si fidanzarono che lei aveva 16 anni, ne condivise sogni e aspirazioni, poi lui partì in guerra, e si sposarono nel 1945, al suo ritorno. Abitarono in una traversa della principale Via XX settembre, su cui, ad angolo con la loro stradina, mio padre aprì il suo primo negozio di elettrotecnica. La casa piccolissima, a piano terra, aveva un ingresso-soggiorno, una camera da letto, la cucina, e un cesso, nel cortile dietro, pieno di ogni fiore (li amavano entrambi). Lì sono nata io, e prima ancora Adriana e Giovanni.
La casetta, dati i tempi, non era poi male, ma ben lontana da quella che aveva sognato mio padre (che nel frattempo molto aveva studiato da autodidatta, seguendo le sue tendenze artistiche e letterarie), e che avrebbe potuto tranquillamente acquistare se solo avesse trovato, al suo rientro, i soldi che, grazie alle paghe e qualche piccolo commercio, era riuscito a mandare a casa: 30 mila lire (15 mila alla fidanzata e 15 mila alla madre).
La cifra esatta richiesta per l’acquisto di una villa, in contrada Cappuccini, sul lato destro, andando verso Gallipoli (dove forse è sorto poi un B&B o un ristorante). Ma dei soldi mandati non gli fu possibile rientrare in possesso della somma inviata alla madre (li aveva spesi per le sorelle) e il sogno saltò.
Furono felici lo stesso, e tanto più quando si trasferirono, nel 1952, in via Cappuccini, al primo piano del numero 47, una casa ariosa, di quattro stanze, più cucina, lavanderia con pila (accanto alla quale ben presto comparve una piccola lavatrice che si caricava dall'alto), un ripostiglio, un bagnetto e un balcone lungo quanto l’intera facciata (il primo del genere in paese). Per di più un terrazzo a completa disposizione, dove mia madre poteva estrinsecare tutto il suo estro per sventolare la biancheria al sole.
Qui, a sottolineare la svolta, sarebbero nati poi altri due figli: Lorella e Giorgio.
E prima ancora l’abitudine di andare ogni domenica al cinema. Essendo io molto piccola, fino a 4 anni, mi portarono con loro, mentre i miei fratelli, dormivano, affidati alle cure di Graziella, la figlia della padrona di casa che abitava al piano terra. Questa frequentazione regolare fece scattare in me l’amore per la lingua italiana e l’associazione lingua/qualità di vita, che avrei focalizzato e sviluppato molto dopo.
Furono anni bellissimi e di pieno benessere, tant’è che io personalmente avevo maturato l’idea di essere la più ricca del paese. Da qui il litigio con una mia compagna di scuola, che in una discussione sul tema (eravamo in quarta elementare, credo), mi aveva contestato il primato. L’ho odiata e subito a casa ho riferito l’episodio a mia madre, sperando in una smentita. Invece lei tranquillamente lo confermò: “Certo, Nadia, ha ragione Loreta, i C. sono molto ricchi, e hanno tante proprietà. E ci sono tanti altri ricchi in paese. Noi qui siamo in affitto”.
Scoprii allora, tra l’epifania di una ridda di paperoni locali, che per essere felici non ci vogliono beni catastali, ma affettivi e morali. Quelli che a tutti dovrebbero essere garantiti per una vita decorosa che valga la pena vivere.
Continuai ad amare la mia vita e a rappresentarla ai miei amici nella maniera più fantasiosa e teatrale possibile, secondo i tanti film di cui mi ero nutrita da piccola, al cinema (sulle ginocchia di mia madre), e poi a casa, alla televisione (di cui abbiamo usufruito per primi poiché mio padre, nel frattempo, insieme ad un’industria di trasformatori di tensione, aveva messo su un negozio di elettrodomestici sempre su via XX Settembre – con l’esclusiva ambita della Philips).
Quante menzogne in quell’ultimo anno di scuole elementari, come se volessi rivalermi del mio doppio smacco, non solo in famiglia (non ero più la piccolina viziata), ma anche nel sociale, per il mio ridimensionamento economico! Se gli altri avevamo un albero di limone, io un’estensione intera, se gli altri vantavano un cavallo, io un’intera scuderia. E come se non bastasse, li sfidavo a venire a controllare. E sudavo freddo, ricordo ancora, nel dirlo, temendo che accettassero. Ma ciò che non riesco a dimenticare sono soprattutto i dialoghi ampollosi, ingessati, da piccola lady, che riportavo alla mia compagna di classe Lucia, e da cui pretendevo fiducia cieca. I saluti in famiglia, secondo i miei racconti, si svolgevano così: “Buon giorno figlia” “Buon giorno padre” o “Buon giorno madre”. E così di seguito in un crescendo di invenzioni che diventò insostenibile emotivamente. Non sapevo come uscirne, mi sentivo soffocare sicché mi promisi solennemente che, cambiando scuola, dalla prima media, non avrei mai più detto una menzogna. Per nessuna ragione al mondo. Libera e leggera. Finalmente. E così è poi stato. Tutto all’insegna dell’assoluta trasparenza.
Quegli anni comunque d’oro passarono, quando nel maggio del 1963 (io ero in terza media) mio padre ebbe un incidente stradale al ritorno da Bari, nei pressi di Mesagne, e dopo un intervento alla milza, per bloccare l’emorragia, morì. A ottobre avrebbe compiuto 46 anni. Mia madre in quei giorni gli è stata sempre vicina. Ci sono andata anch’io, insieme ai fratelli grandi, in ospedale subito, con le zie paterne, e non dimenticherò mai le contorsioni e le urla di dolore di mia zia Anita, nel vedere il luogo dell’incidente (ci dovevamo passare per forza), la macchina bianca (una mille e cento familiare), accartocciata intorno ad un ulivo. Un incidente che credo mio padre abbia subito, sembrava che fosse stato mandato fuori strada, da un sorpasso azzardato di altri. Infatti nei rari momenti di lucidità chiedeva: “E l’altro, l’altro che si è fatto? L’avete visto? Che dice?”.
E in effetti esisteva un altro, un certo barbiere di Lecce che fu rintracciato, ma che nessuno allora è riuscito ad inchiodare alle sue responsabilità. Mia madre era sempre vissuta in casa, aiutata, per i lavori più faticosi, da una signora deliziosa, Giorgina, vestita di un camicione lungo, nero, stretto in vita da un grembiule pure nero, le chiome grigiastre crespe intorno al volto e le gote sempre rubizze (prima di andare via da noi pranzava regolarmente, col suo bicchiere di vino garantito). La mamma, con cinque figli da accudire, non usciva mai, né faceva la spesa (ci pensava mio padre) e non aveva alcuna dimestichezza con certe cose del mondo. Fu infatti un amico di mio padre a consigliarle e gestire il fallimento, la sottrazione della merce da vendere alla spicciolata per un qualche sostentamento ai figli, le pratiche per la pensione di reversibilità, quale vedova di un maresciallo di marina in pensione anticipata, per motivi di salute (papà in guerra si era preso la tubercolosi, curata perfettamente in Germania, durante la prigionia), la richiesta di sussidi ai vari enti preposti.
Dopo la morte di papà, per noi tutti una vita molto misurata, ma vissuta con allegria. Che risate, una volta, davanti ad una scatoletta di tonno (più piccola della polenta di manzoniana memoria), da dividere in cinque. O quando tutti insieme stabilivamo il compenso che mio fratello Giovanni doveva chiedere ad un cliente per le riparazioni di radio o televisioni, in cui, per inclinazione paterna, lui eccelleva. Andavamo al rialzo della cifra, che alla fine risultava comunque inferiore a quella dei radiotecnici ufficiali. Il tutto senza amarezza, sempre ridendo e scherzando, quasi un gioco transitorio. Come in effetti è stato.
Grazie a mia madre, che ha sempre saputo tenerci uniti, sostenerci al meglio. Almeno per gli altri. Io in effetti avevo più fame di lei (soffrii in seguito di anoressia), ne ero gelosa. Dacché mi aveva dato un’altra sorellina, nel 1958, che mi aveva spodestato dal mio ruolo di principessina, senza prepararmi adeguatamente (quando nacque Giorgio, ero già avvezza). Ne ebbi piena coscienza, quando, a 8 anni, mi ritrovai sola davanti ad un tazzone di latte, abbandonata a me stessa, senza alcun cerimoniale di contorno, come i biscotti pronti, le coccole, le chiacchiere, l’invito a mangiare (mia madre in camera aveva appena partorito Lorella ed era assistita da parenti).
Dopo fui gelosa persino del rapporto privilegiato che aveva instaurato coi nipotini, i figli di Giorgio (l’unico rimasto in paese), e cresciuti praticamente da lei. Non capivo come mai, quand’io andavo a trovarla, potesse trascurarci a loro favore. E solo oggi, che sono anch’io nonna, di nipoti vicini, l’ho assolta.
Michela Apollonia, per tutti Mimina, riuscì a reggere come una roccia, anche quando il destino, dopo appena 9 anni dalla perdita del marito, la privò della figlia a lei più cara, la primogenita Adriana. Strinse i denti, e andò avanti, ma spesso, alla macchina da cucire, mentre realizzava i suoi piccoli capolavori, di cui era orgogliosissima, non ce la faceva a trattenere il groppo dei ricordi e piangeva, silenziosamente, senza però arrestarsi un attimo.
Dunque bella (le foto sono eloquenti), buona (non ci ha mai picchiato, solo tanto rimproverato, né ha mai fatto un torto, ma molti ne ha subiti) e santa. Come chiamarla altrimenti? Vedova a 42 anni, è rimasta sempre tale e monogama totale, rifiutando i vari matrimoni proposti dalle comari che si facevano da intermediarie e qualsiasi altro intrallazzo. Mai lei si sarebbe messo un altro uomo in casa, con i figli che aveva da crescere. Nessun grillo per la testa, mai chiacchierata, tutta casa e famiglia, nessuno spazio neppure per la chiesa (“che Dio avrebbe potuto essere più clemente con lei”).
Unico passatempo, negli anni, la passione dell’antiquariato, ereditata da Adriana, e forse soprattutto un modo per riviverla. Così che, quando le capitava, acquistava oggettistica, o mobili autentici salentini, scoperti in abbandono presso parenti, conoscenti, o i contadini che, a caccia di genuinità, frequentava, per procurarsi direttamente farina, olio, frutta, ortaggi. E ne faceva poi dono a noi, ormai sposati e lontani. A lei devo molti miei mobili, l’enorme armadio quasi da sagrestia, il bellissimo letto in ferro con i medaglioni mai più dipinti, il comò in camera, la vetrinetta in salotto, lo scolapiatti in legno... e anche il sontuoso tavolo ottocentesco su cui ora sto scrivendo al computer.
Per rinnovare il ricordo del mio riconoscente amore, ed anche dei miei fratelli, per una donna esemplare, di vecchi sani principi. Una donna rara.
Morì, con tutti i suoi figli intorno (io le stringevo la mano) il 20 ottobre del 2001; da pochi mesi, aveva compiuto 80 anni.
A presto, mamma.

Sorelle Riccardi, Anni Quaranta
Famiglia Riccardi (senza i 4 maschi)
Famiglia Riccardi (senza i 4 maschi)






lunedì 26 gennaio 2015

L’inconoscibilità dell’altro
di Cetta Petrollo

Su
Vilma Costantini, La Musica e il silenzio, edizioni del Verri, 2014
pp.184, euro 20,00


 

La Musica e il silenzio, secondo romanzo di Vilma Costantini, poetessa, saggista ed esperta sinologa – ricordiamo le sue traduzioni da Pa Kin ( Il Giardino del riposo, 1980) e da Wang Meng (Pensieri vaganti nel Tibet e Figure intercambiabili, rispettivamente 1987 e 1989) è la narrazione di una impossibilità, tentativo ed  impossibilità, di conoscenza, di se stessi, dell’altro nella relazione amorosa e amichevole e di un intero Paese, la Cina  che sembra nascondersi al viaggiatore ed allo scrittore, nella ricerca di una rielaborazione cognitiva, dentro ai confini fluttuanti del sogno.
La protagonista, anzi dovrei meglio dire le protagoniste, centrale la figura di Mascia, doppio dell’io narrante, sono impegnate in un percorso di studio del “diverso”– l’Oriente che si contrappone all’Occidente, il rovesciamento nello specchio della nostra anima razionale – e  scoprono, nel corso della narrazione, di essere a loro volta studiate dai loro ospiti. Il sospetto che si insinua nei rapporti e quindi nello stesso linguaggio sposta continuamente in avanti l’obiettivo da raggiungere, la definizione di sé e dell’altro, fino a farci balenare, quasi con i delicati colori all’acquarello della pittura cinese, l’evanescenza di ogni strutturata conoscenza.
La cifra della narrazione è quella della femminilità, una femminilità in lotta con le parole della convenzione linguistica dalle quali è tentata e catturata per strutture sintattiche e perfezioni dalle quali sfugge con pause narrative ed inserti poetici proiettando la liberazione  della e dalla propria condizione in uno spazio altro, quello appunto del viaggio nell’inconoscibile del Paese straniero.
Le viaggiatrici giungono nei pressi della loro liberazione, linguistica, erotica, esistenziale nel momento delle manifestazioni politiche e civili del maggio 1989 in Piazza   Tiananmen. Davanti a questo rivoluzionario capovolgimento che potrebbe produrre definitiva conoscenza, esse si ritraggono ed osservano la scena da lontano, spettatrici della propria vita più che attrici.

La consapevolezza della propria connotazione vitale e stilistica è presente nel capitolo finale del romanzo, La donna pesce, quello in cui il deragliamento poetico si fa più forte terremotando i binari ed i panorami fino a quel punto attraversati : “ Più di tutto mi rincresce di essere nata in un’epoca come questa. Non riesco a stare a galla come gli altri. Annaspo. Boccheggio. Poi vengo risucchiata verso il fondo”. E poi : “ La prima cosa che mi viene in mente/ quando penso alla catastrofe incombente/è un grosso buco dove tutto cade/le grandi cattedrali, la polvere delle strade/ l’odore del fuoco al tramonto/ l’amaro che non avevi messo in conto/ i problemi della pubblica spesa/ le ragioni per trovare un’intesa/ i contrasti, gli opposti interessi/ gli incontri, le passioni, gli amplessi/ le scelte del caso non volute/ le fortune improvvise, le cadute/ le parole come schegge di vetro/ la rima importuna che mi porto dietro/ le passeggiate in campagna d’estate/ le prime lucciole che sono ritornate […] ”.
E proprio nella narrazione della difficoltà al cambiamento – che resta sognato ed immaginato e mantenuto sottotraccia come musica costante ed allusiva – e quindi dei lacci e lacciuoli che hanno condizionato gran parte delle scelte di un’intera generazione di donne, consiste il fascino di questo romanzo che si ferma nei pressi della diversità e la contempla.




lunedì 1 luglio 2013

PAUL POLANSKY (USA), poesie


PAUL POLANSKY, nato a Mason City, Iowa (USA) nel 1942. Ha lavorato come giornalista ed ha pubblicato romanzi e saggi, ma è meglio conosciuto come poeta (20 libri), e come attivista per i diritti umani. Nel 2004 è stato insignito all'unanimità del Premio Per I Diritti Umani della città di Günter Grass, Premio Nobel per la letteratura nel 1999. Alcune di queste poesie sono apparse in italiano nella sua antología L? 'Imbattuto pubblicata da Multimedia Edizioni nel 2009; Boxing Poems , Volo Press, 2010, Il Silenzio dei Violini (con Roberto Malini,) 2012 e La mano di Dio, 2012, Ed Il Folio.

PAUL POLANSKY, born in Mason City, Iowa (USA) in 1942. He has worked as a journalist and has published novels and essays, but is best known as a poet (20 books), and as an activist for human rights. In 2004 he was awarded the Prize For Human Rights by the city Weimar after being nominated by Günter Grass , the receipient of the Nobel Prize for Literature in 1999. Some of these poems have appeared in Italian in his anthology The Undefeated published by Multimedia Edizioni in 2009; Boxing Poems, Volo Press, 2010 The Silence of the Violins (with Roberto Malini,) 2012 and The Hand of God, 2012, Ed Il Folio.


WE WERE NEVER LOVERS

I thought we were,
when our eyes held
each other for so long.

When your fingers stroked
my hand in crevices
I never knew I had.

When I found your tongue
behind my teeth,
touching my heart.

When I kissed veins
the length of your neck,
the length of my soul.


Under the covers,
we found so many ways
to hold each other,
to taste each other.

I was inside you
when you stopped,
when you said,
you weren’t sure.

Now you say, we
were never lovers.




NON SIAMO MAI STATI AMANTI

Pensavo che lo fossimo,
quando i nostri occhi si sostenevano
a vicenda per lungo tempo.

Quando le tue dita accarezzavano
la mia mano in fessure
che non sapevo di avere.

Quando trovavo la tua lingua
dietro i miei denti
a toccarmi il cuore.

Quando baciavo le vene
lunghe quanto il tuo collo,
lunghe quanto la mia anima.

Sotto le coperte,
abbiamo trovato tanti modi
di possederci,
di assaporarci.

Ero dentro di te
quando hai detto basta,
quando hai detto
che non eri sicura.

Ora dici,
non siamo mai stati amanti.




WINDOW ON MY PAST

I write so that my thoughts,
fears, mistakes and emotions
will be read and forgiven.

I think I’m putting my life in amber,
although it may end up
being buried in silt,
turned into a fossil
rather than a treasure.

Either way, I will die
trapped in something.




FINESTRA SUL MIO PASSATO

Scrivo affinché i miei pensieri,
le paure, gli errori e le emozioni
siano letti e perdonati.

Penso che metterò la mia vita nell’ambra,
anche se potrebbe finire
sepolta nel fango,
trasformata in fossile
invece che in tesoro.

Ad ogni modo, morirò
intrappolato in una qualche cosa.





ONE WOMAN KNEW

one woman knew
the uprising was coming

one woman knew
she’d never have freedom again

one woman knew
she’d never be able to shop again

one woman knew
her children would never go to school again

one woman knew
her husband would never have a job again

one woman knew
the mobs were coming

one woman knew
the Albanians only wanted a pure race

one woman knew
so she drank a bottle of lice shampoo

and now the village
no longer has

a Gypsy fortune-teller





UNA DONNA SAPEVA

una donna sapeva
che la rivolta era imminente

una donna sapeva
che non avrebbe avuto la libertà mai più

una donna sapeva
che non avrebbe potuto fare la spesa mai più

una donna sapeva
che i suoi figli non sarebbero andati a scuola mai più

una donna sapeva
che suo marito non avrebbe lavorato mai più

una donna sapeva
che le bande criminali stavano arrivando

una donna sapeva
che gli albanesi volevano solo una razza pura

una donna sapeva
e quindi bevve un flacone di shampoo per pidocchi

ed ora il villaggio
non ha più

una zingara indovina



IT CAN HAPPEN TO ANYONE

No matter how much you got,
it can happen to you,
to anyone.

A few bad investments,
a woman who’s gotten you
to put everything in her name,

kids who had to have the best,
friends and family who promised
to pay you back but never did.

No matter how much you got,
it can happen to you,
to anyone.

I was never a quitter
but when everyone else
quits on you, well that’s it.

So one day, I just walked away
from it all. Just jumped
on a bus and rode into the sunset.

You ride the buses
until the bank
stops your credit card.

Then you hitchhike
until your clothes are so bad
no one will pick you up.

Then you ride the rails
until it’s too cold
to sleep rough.

Then you seek out
a shelter or mission,
convincing yourself

you’re free at last.




PUO’ SUCCEDERE A CHIUNQUE

Non importa quanto hai,
può succedere a te,
a chiunque.

Un paio di investimenti sbagliati,
una donna che ti ha convinto
a metter tutto a nome suo,

figli che dovevano avere il meglio,
amici e famiglia che hanno promesso
di ridarti i soldi ma non lo hanno mai fatto.

Non importa quanto hai
può succedere a te,
a chiunque.

Non sono mai stato uno che si dà per vinto
ma quando tutti gli altri
ti abbandonano, è fatta.

Allora un giorno, mi son semplicemente allontanato
da tutto. Son saltato
su un autobus e ho viaggiato verso il tramonto.

Vai in autobus
finché la banca
non ti blocca la carta di credito.

Poi fai l’autostop
fin quando i tuoi vestiti non sono così lerci
che nessuno ti dà più un passaggio.

Poi viaggi in treno
finché non fa troppo freddo
per dormire all’aperto.

Poi cerchi
un rifugio o una missione,
e ti convinci

di essere libero finalmente.




A SPECIAL SCHOOL

I’ve always known my daughter was bright.
Drawing pictures with many details,
memorizing all the songs of our ancestors,
playing the piano before she was five.

So I was surprised when the teacher came
To our home and told us
our daughter wasn’t ready for school.

Her Czech wasn’t good enough,
she needed help with her grammar.

My wife said that all six-year-olds
need help with their grammar.

The principal agreed to see us.
He said our daughter was a nice girl,
but she would be the only Gypsy in her class.

We finally agreed.
We signed the paper.
We didn’t want our little girl picked on.

But now when I walk her to school,
and I see the plaque on her building,
my heart breaks.

Why didn’t they tell us
her special school
was a center for

the mentally retarded.




UNA SCUOLA SPECIALE

Ho sempre saputo che mia figlia era brillante.
Faceva disegni pieni di dettagli,
memorizzava tutte le canzoni dei nostri antenati,
suonava il piano prima di avere cinque anni.

Per cui fui sorpreso quando l’insegnante venne
A casa nostra e ci disse
che nostra figlia non era pronta per la scuola.

Il suo Ceco non era abbastanza buono,
aveva bisogno di aiuto con la grammatica.


Mia moglie disse che tutti a sei anni
hanno bisogno di aiuto con la grammatica.

Il preside accettò di incontrarci.
Disse che nostra figlia era una bella bambina,
ma sarebbe stata l’unica zingara nella sua classe.

Alla fine acconsentimmo.
Firmammo il foglio.
Non volevamo che la nostra bambina fosse maltrattata.

Ma ora quando la porto a piedi a scuola,
e vedo la targa sull’edificio,
mi si spezza il cuore.

Perché non ci hanno detto
che la sua scuola speciale
era un centro per

ritardati mentali.


Translations by Valentina Confido




THE UNDEFEATED

only exist in comic books.
Even Marciano didn’t go undefeated.

Rocky lost outside the ring
‘cause he avoided Kid Riviera.

In real life you can’t avoid opponents,
especially the worst kind: family and friends.

Life isn’t a three-round amateur bout,
but a death camp where you do bad things to survive.

A bare knuckle fight in a pig stye
with no bell or referee to save you.

I’ve got more scar tissue on my soul
than around my eyebrows.

Broken bones mean nothing
compared to a broken heart, broken dreams.
Women, your own kids,
enjoy making you suffer

more than a boxer
hitting below the belt.

You may win in the ring,
but you’ll never win

more than a couple of rounds
in life.





L’IMBATTUTO

esiste solo nei fumetti.
Anche Marciano non è stato imbattuto.

Rocky ha perso fuori dal ring
perché ha evitato Kid Rivera.

Nella vita reale non puoi evitare nessuno,
specialmente i peggiori: famiglia e amici.

La vita non è un incontro per dilettanti di tre round,
ma un campo di sterminio dove fai cose cattive per sopravvivere.

Un combattimento a pugni nudi in un porcile
senza campana o arbitro che ti salvino.

Ho più cicatrici nell’anima
che sulle sopracciglia.

Le ossa rotte non sono nulla
in confronto ad un cuore spezzato, ai sogni infranti.

Le donne, i tuoi figli,
si divertono a farti soffrire

più di un pugile
che tira colpi bassi.

Puoi forse vincere sul ring,
ma non vincerai mai

più di un paio di round
nella vita.


Translation by Igor Costanzo