venerdì 1 gennaio 2010

Santo Calì

Santo Calì è nato a Linguaglossa (1918). Ha pubblicato:
“Folklore etneo” (1959); “Le strade aspettano un nome” (1959); “La pazienza dei contadini” (1959); “Il mio paese” (1959); “Il sindaco dei contadini ” (1961); “Cento lire al giorno per morire di fame” (1962); ““Liber capitulorum” (1964); “Frati Gilormu” (1966); “E un diavulu arreri a ogni zappinu” (1966); “Canti siciliani ” (1966 e 1967); Custodie francescane-cappuccine in Sicilia” (1967); “Mara Sgamirria ” (1967) (traduzione dialettale di poeti dell'Antologia palatina); “Il soggiorno isolano di Milluzzo” (1967); “Epigrammi di Marziali (traduciuti cu la cuscienza du lupu), Fimmina ” (rifacimento della sesta satira di Giovenale), (1968); “Frate Feliciano da Messina, il Raffaello dei Cappuccini ” (1968); “I quattro conventi cappuccini di Catania” (1968); “Latitudini d'arte” (1969); Josephine (1969); “Saraceni di Sicilia” (1971); “Un tulipano rosso” – Introduce e Coordina Santo Calì, I Quaderni della Quinta B (1971).
Pubblicati postumi:
La notti longa” (1972); “Yossiph Shyryn” (1980); “I diavoli del Gebel - Leggendario dell'Etna; Leggendario dell'Etna ” (2000); Clerys - Carnet di viaggiu (2003).


POESIE

(Da: “Antigruppo 73”)

Assomigliava a mia madre


Ieri sera la Pace era ragazza
splendida, una Madonna d'Antonello
da Messina e il profumo della spiga
di Francia, del mentastro e dello zàccano
nutricava il lucignolo alla torcia.

Dentro selva corrusca di bandiere
rosse di sangue, - le piaghe di Cristo
grondano ancora! - splendida avanzava
e nel cielo ventoso issava scritta
di Vangelo : «La vita d'un bambino
è sempre più preziosa della morte
di Johnson, il Verserio maledetto!»

Scioglieva trecce corvine la Pace
più del mantello fondo della notte,
ma le fioriva negli occhi, lumaca
di luce, la Pollara.

Assomigliava
a mia madre, stendardo di pinòcciolo,
quando il padre, fischiando madrigale
di pepitone venne a corteggiarla
dalla stranìa, e corbe di cerase
strinavano le nuvole a tramonto
folto di vespe d'oro.
Ella correva
a dargli il benvenuto ed i ragazzi
del quartiere, mocciosi, senza scarpe
le correvano dietro.
Oh, non si perde, Rafael Alberti,
di coraggio la donna di Messina
se a Giampilieri i carruggi raccolgono
lamentanza d’ulivo saraceno.

Un Cristo nudo…

E tu ce n'hai coraggio, papa Paolo?
lo ti presento Cristo,
un Cristo nudo,
lordo di sputi, battuto, e alle tempia
corone Irta d'aculei di perastro,
sopra tronco di croce...

Sràdicagli i chiodi
dal piedi e infilagli al dito
pesto di sangue anello di brillanti
e in testa la tua mitra ricamata
dl pietre preziose...
Te lo Immagini
un Cristo Infagottato come te?
un Cristo superbioso come te?
un Cristo ricco sfondato, con cento
leccapiedi dl dietro, come te?
Non chiamatela minchia, non chiamatelo
sticchio, ma uccello che ritorna a nido
caldo dì piume a frugare piccione
dentro lievito d'ombra fitta...
Noi
tutti nasciamo a questo modo, o Margaret,
In una notte d'amore che schiude
giglio dentro garofano
e lo spasimo,
avvinghiando due vite, tenta coltre
di mistero a sconfiggere la morte.

Al capezzale del tuo letto veglia
Maria, Concetto immacolata,
affiorano
angeli a confortare di speranza
nuova il padre del cieli, ed Inseguire
Il volto bianco della luna, a scorgere
una lacrima dentro la pupilla
della madre purissima, a sognarsi
la pace
del mondo, un milione di bambini
per cento milioni; ogni alba ha sempre
Il suo giorno...
Ed ora chiamatela
minchia, chiamatelo sticchio, chiamateli
come volete.
La parola è santa!


Ridendo
Ma non ride la parola


lo non scrivo per voi,
borghesi peraculi. automi dl plastica,
strafottuti nel sistema
— dove ruota contro ruota
Ingrana macinando tronfio cespuglio
dl rovo solitario sull'altura,
avanzo di piuma d'aquila,
tenero nitrito di giumente;

e non scrivo nemmeno
per voialtri onorevoli, custodi
d'un'ltalia puttana, ubbriace,
tromba d'ingordo monopolio,
onorevoli arruolati a tanto al mese,
a parte regalia quando l'intrigo
rende (gorgiera dl brillanti
per donna Clara e pelliccia di volpe
perchè il seno cascante non le geli);

e nemmeno per voi,
appaltatori di strade e palazzi
chiese che non hanno intonaco e pietra
né bitume e cemento
(e l'ingegnere del genio civile
preferisce piuttosto, quando càpita,
di fare un attento collaudo
alla preziosa inforcatura delle
vostre mogli onestissime);

né scrivo per voi
studenti smidollati che all'aperto
scandite il vostro timido pene
e contate le basole tetre delle piazza
o, supini a un caffè, con lame rugginose
tagliuzzate il vestito a chi passa
e poi vendete il fiato in tempo di elezione:
“Vota e fai votare per Don Fallo
gonfio d'acqua, l'erede di Tono Reggio
(mi ha promesso un impiego alla provincia/)”;

non scrivo, non scrivo per voi,
vitelloni mollicci sulla nuca
e al doppio mento, al fianchi lardellati,
nutriti col pastone di limoni
degli agrumeti zappati dal nonno
che a merenda leccava sarda e sale
per farvi benestanti;

non scrivo
per l magnaccle che su Lancia Fulvia
scorazzano smerciando droga e donne
(povera figlia di Peppino Turco:
violentata da quattro uomini In fola
quella notte, sul lido di Schisòl);

e non scrivo per la presidentessa
del sodalizio cattolico, Bettina
Cantevespro, davanti verginella
e martire di dietro (fede ti salva
e non legno di barca, o Pietro Apostolo!);

né scrivo per un lercio fratacchione
che In rustica cucina di convento
cuoce allo spiedo coscia di montone
o di pingue maiale e sogna poi
— o finge di sognare — angeli d'oro,
dolci madonne, all'alba, paradisi
pieni di gloria...

Ma scrivo per te,
Filippo Pappalardo, che l'Inferno
ce l'hai nel cuore, mentre la creatura
piange dentro la culla e la tua donna
invano spreme il seno senza latte!

Scrivo per te, Agata Azzurra, giglio
di San Marco d'Alunzio, che t'apristi
rosa di sangue sotto il fiato d'altri...

Ah!, non posso scordarmi Il male che
m'hal fatto e il bene che ti voglio ancora!
E la luna è la stessa, sempre uguale
è Il mare di Schisò, sempre gli stessi
sono igiorni e le notti!

E sempre cupo
è il lamento del vecchio mulattiere
del Ma/borgo, tuo padre — è quella, sempre,
la bestemmia che gli brucia la bocca.
Sempre quello il lungo sconforto
d'un garzone di barca che appena respira
vuota di pesci dentro l'acqua ferma.

A luglio Invano sboccia sulla spiaggia
di Sant'Anna un deserto tulipano
che si schiude ella brezza marina,
Margaret
(ricordo dl mulini a vento e folla
dl donchisciotti che le tirano il flato),
se le florida ortica rode all'arancio
la foglia gialla e f mari
sono scarsi dl pesca!

Per te scrivo,
Carmelo Sparacogne, vecchio patriarca
del Feudo Grande, che conosci I nomi
delle stelle e Il perché del pianto della
vite potata a marzo, e innesti l'aspro
cotogno che pero rinasce;
me nel libro segreto del destino
non hai saputo leggerti l'oroscopo...
Guidavi alla zappatura a schiera
su pietrose colline undici cuccioli
ancora ciechi... E quella sera di festa
ricca di senape e farina bollita,
dopo il digiuno della vigilia
e dell'antivigilia, scoppiò la bomba
della vostra miseria e volarono brandelli
e di giacche e sottane colorate
a pezzi nella scura volta del cielo
e andarono a posarsi a Buenos Ayres,
a Nuova York, a Sidney, ché un libeccio
tossicoso infieriva, quella notte.
All'alba, la lucerna a olio fievole
si mise a danzare e si spense per sempre.

Scrivo per te. Francesco Claccapira,
che ti trascini dietro al grido fioco
le tue quattro ossa ad uncino,
ché nessuno ti prende più a salario,
né a pietà di un frate ti chiama ed accendere
candele sull'altare
di San Francesco per un misero coppo d
i favetta e cicerchia!
Quel giorno
che il sindaco Talpa ti disse di lasciare
il lavoro al cantiere-scuola, per suo comodo,
e spulegrare il suo vigneto, tu,
con braccia e gambe tese, li grido stridulo
scagliasti contro di lui: — Questo mai!
Francesco Ciaccapira non si vende! —

Serrasti i pugni a scuotere l'aria
e negli occhi torvi lampeggiò
la pupilla... Per scarso rendimento
ti buttarono fuori. Oh i tuoi bramiti
di vitello ferito a tradimento!

Ma per una madre un figlio dl quaranta anni
che non riesce a legarsi i calzoni
con un pezzo di spago e andarsene
per il mondo
senza una mèta è sempre creatura
zoppa serrata al petto!

Scrivo per te, Tureddu Malasorte,
lisca di sarda magra, scarabeo
d'immondezzaio che passando sotto
la mia terrazza colma di fiori
alzi il selvatico ciuffo della testa
e mi saluti: — Ciao, compagno Santo! —
E mi chiedi: — Quando la faremo
questa rivoluzione? lo sono pronto
anche adesso! — E sollevi il pugno chiuso
a frugare un angolo di cielo pulito
tra un cespo di garofano e un altro di dalie
più rosse del tuo sangue, e dài fuoco al
geranio,
ridendo...
Ma non ride la parola!


Da: “Poeti siciliani”, Il Vertice, Palermo, 1974)

Agata Azzurra, Schiuma Lieve D’aria

Mi ubriaca questo odore come d’alghe
sfatte dal sole, anguille morte, e nebbia
di levante mi infradicisce la parola.

Non ha senso la vita, grido lungo
di gabbiano, che questa sera si accanisce
contro antiche memorie, sfiorandomi
l’anima che si difende in lino straccio
di vela.

Stanche di maretta, barche
si assopiscono a gioco di bambini
scalzi,
s’inclinano a silenzio
d'acquario verde.
Oh come presto muore
senza un lamento, agosto !
Addio, addio,
Agata Azzurra, schiuma lieve d'aria,
ché settembre arriva e non si sente !


M’illude Il Giuoco Di Una Lacrima


Così m'illude il giuoco di una lacrima
che vedo ad uno ad uno in mille fiori
il tuo viso mutarsi
e sono neri
come penna di corvo i tuoi capelli
lucenti più che foglia di magnolia.

Di salvia le tue labbra; i tuoi pensieri
dentro un bocciòlo tenero di rosa
biancoracchiusi;
indora le tue gote
color di pesco innamorato
e svetta
sul gelsomino il giglio del tuo collo.

Ormai nello splendore del giardino
asciutto l'occhio medita tranquillo
placide acque verderame, fiume
arco iridato...
E fondali di cielo.
Così m'illude il giuoco d'una lacrima.


Ti risposi...

quando l'ultima volta m'accogliesti
al petto e la tua voce
era ansimare arido di fiume :
“Cercati
un'altra ragazza di me più pura,
più vergine, più vera
che sappia darti il bene che tu vuoi!”

serenamente ti risposi, Agata :

“...e che abbia neri come te i capelli,
profondità di notte e gli occhi d'ombra
che ala di rondine
sfiorandoli con essi si confonda...”

Restìo com’ero di dirti la morte.

Luca Tumminello

Luca Tumminello (Palermo, 6 maggio 1979), poeta, vive a Palermo. Laureato in Giurisprudenza, Dottore di Ricerca in diritto penale, svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Penalistiche, Processualpenalistiche e Criminologiche dell’Università di Palermo. Ha pubblicato nel 2005 la raccolta di poesie “Terre di Telesma” (Thule, Palermo, con prefazione di Franca Alaimo). Ha partecipato nel 2009, insieme a Maria Patrizia Allotta, ai “Dialoghi ” con il poeta e saggista Tommaso Romano (T. Romano, “Essere nel Mosaicosmo”. Dialoghi con Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello, Thule, Palermo, 2009). Sue poesie sono apparse nelle riviste “Letteratura-Tradizione e Spiritualità & Letteratura ”. È presente nell’“Atlante Letterario Italiano 2007-08 ” (Libraria Padovana Editrice, Padova) e nel sito www.literary.it. Collabora con le riviste “Metapolitica ”, “Letteratura-Tradizione ” e “Spiritualità & Letteratura ”.

POESIE
Lieve (in Letteratura-Tradizione, n. 42/2008, p. 108)

Lenti sono i cieli
nel diurno delle nubi
limpido respirare
volo, apnea solare
riflessi affusolati
indorate trasparenze,
la cruna del sospeso
pendolo e gravità
ascensionali.
Vuoto trascina il pieno
unendo il leggero
al gremire d’evasione.
Luglio 2005



Sfere Notturne
al Filantropo di Trinacria
(in Letteratura-Tradizione, n. 42/2008, p. 108)

Quando sangue ribolle d’Oblio
umano affiora il Ricordo,
vuoto: leva dell’incontro
unto: perno del movimento
crisma del Sogno
vigilia d’increato
osando l’illimite Fato
quarzo battente dei tempi
arco e diaspro in corpo battuto
zero osseo smisurato
urto siderale stature anticipate
in gravido levare.

Aprile 2006


ROSSO (inedita)

Rosso è il cuore del mare
rossa sorge la parola “creare”

L’uomo non sa la creatura
creatura non conosce natura

Non cambia la sorte della carne
se al trapasso audacia non comanda
l’ineffabile prontezza del morire

Siamo figli di una storia
scolpita col timore di crepare
in una pozza di sangue

La lama non può entrare
se nessun punto teme dolore

Siamo il mondo strappato
dai sogni di un infante
che si crede realtà e non inganno

La misura non conosce la distanza
Nov. 2007


STATURA OCEANICA DEL GLOBO
ad Arturo Onofri

(in Letteratura-Tradizione, n.43/2008, p. 156)

Statura oceanica del globo
mondo più lontano a dismisura
salpa comunque la sillaba-uomo
verso un approdo musicale
uno scheletro di corallo
dal fiato universale
una timbrica d’ossa
piegate dalla lava
Discende al suo cratere
il demone del suono
S’agita la fiamma
pianeta smisurato del calore
Antico saturno utero del mondo
forza nativa delle rune
ferreo sapore del sole
Non rimane più fragore né domani
nell’indomito barlume del midollo
il mio cuore è vortice selvaggio
aroma cosmopolita e millenario
Palermo, 12 dic. 07



Homo (inedita)

Sono l’orbita devota al suo principio
come il sangue nella rosa rossemonio
e il cuore universale del Globo

Quale mondo ripiega su se stesso?
Quale suono risale la parola?
Uomo globo-creatura
Uomo sillaba-madre
dai suoni cosmopoliti:
globhomo cerchio di vita
per mari e terre scacciato
e infine accolto pronunciato
come suono di scalpello sulla pietra
statua di pietra dura, prima pietra, nera.

Sentire risuonare l’étymon celeste
nel seme più rosso dell’argilla
sentire la gerontica voce d’Adamo
che vive ad ogni uomo
che viene con la carne e supera la carne
che batte cinabro nel cuore del globo.

Al sangue la parola continuata
al vate l’unigenita parola
al cielo l’impronunciata.
20 maggio 2008


Lettera al mio fanciullo (inedita)

Un seme scoppia in fiore, un fiore in melograno
e non c’è ragione solo amore fiducia nell’aurora
nel calore sulla terra e misura della pioggia.

Abbi fede, mio fanciullo, nelle leggi del creato
abbi fede, mio fanciullo, nelle cose universali
sappi che gioia attrae gioia e che tutto viene
perché il simile invita il simile e chiedere
è già ricevere ciò che viene domandato
dentro il cuore per il cuore con fede.

Sappi che amare è seguire la corrente
lasciare ogni forma come il vento
Venezia, 20 ottobre 2009

Aldo Gerbino


Aldo Gerbino è nato a Milano (1947). Vive a Palermo. Ha pubblicato in poesia: “Sei poesie d’occasione” (Sintesi, Palermo 1977); “Stazione di servizio” (Quaderni di Estuario, Palermo 1978); “Maraldo” (I poeti del Gufo Trombettiere, Monreale 1980); “Appunti per una donna” (Il Vertice, Palermo 1981); Campo di vista (Il Vertice, Palermo 1983); “Cartigli” (Bastogi, Foggia 1987); “L’arciere” (Ediprint-Lombardi, Siracusa 1994). Autore per la RAI de “Il tempo della terra ” (12 puntate radiofoniche, 1985), per le edizioni Sciascia (Caltanissetta-Roma) ha pubblicato: “La corruzione e l’ombra” (1990); “Nubi a Palermo” (1994); “Le ferite del vetro” (1997); “ Gessi” (in coedizione con Scheiwiller, 1999); Wasf (2000); “Sicilia, poesia dei mille anni” (2001); “Il nuotatore incerto” (2002); “Legami” (2003). Per EuroEditor (Lussemburgo): “Le ore delle nubi” (1989). “Les rites des ténèbres” (1990); per la Nuova Ipsa (Palermo): (cura) Giacomo Giardina, “La corona di latta, scritti 1928-1980” (1995), e, per l’editore Novecento (Palermo): “Del sole della luna dello sguardo” (cura della ‘Vita’ con ‘Antologia poetica’ di Antonio Veneziano); “Il coleottero di Jünger” (1995, Premio Marsa-Siklah) e “Ingannando l’attesa” (1997, Premio Latina ‘il Tascabile’); per la casa editrice Spirali (Milano): “Non farà rumore”; “Sull’asina, non sui cherubini e Attraversare il Gobi” (1998; 1999; 2006); per Scheiwiller (Milano): “Presepi di Sicilia” (1998); per Libroitaliano World (Ragusa): “Il collettore di acari” (2008).
Altre pubblicazioni, tra le antologie: “Terra impareggiabile” (ARS, 1997), “Parola sacra, parola devota” (CIE, Palermo 2004) e “Orto di rose e fiori” (Plumelia, 2007); tra i manipoli di testi poetici: “Appunti ucriesi” («Galleria», Sciascia, 1995); “Un pomeriggio gentile, Acque” («Nuovi Argomenti», Mondadori, 2003); “Trittico per pittori, Fuliggine” («Gradiva», New York 2006); “Undici poesie recenti” (scelte da Elio Pecora, «Pagine», Roma 2006). Tra le numerose cure di rassegne d’arti figurative si sottolineano: “L’Isola dipinta” (Palazzo del Vittoriano, Roma 1998; “Etiam Coelo” (Sciascia, 2000); per Sensi umani, “Omaggio a Mariano Rossi 1731-1807” (Palermo, Plumelia, 2006); “nel Corpo, nel Paesaggio” (Palermo, Plumelia, 2008), e gli studi monografici su artisti contemporanei: “Alfonso Amorelli, Ugo Attardi, Emanuele Franceschini, Tono Zancanaro, Orfeo Tamburi, Turi Sottile, Bruno Caruso, Gianbecchina, Pippo Gambino, Lino Tardia, Ernesto Tavernari, Gaetano Lo Manto, Ercole Pignatelli, Giuseppe Modica, Franco Mulas, Ibrahim Kodra, Pedro Cano, Enzo Nucci, Candiano, Lanfranco Quadrio, Salvatore Provino (etc.).
Recenti i saggi su “Benvenuto Cellini e Michail K. Anikushin” (Milano, Spirali, 2006).
Il suo ‘lavoro’ figura, inoltre, in antologie di testi e critica, saggistica, trattatistica (Mursia, EuroEditor, Bulzoni, Spirali, Sciascia, Novecento, Scheiwiller, Palombi, Electa, Loescher, Longo, San Paolo, Lombardi, Editalia, ERI, Città Aperta, Masson, Idelson, Edises, Jaca Book, Franco Maria Ricci, Cesati, ElleArte, Plumelia, Palumbo, Libridine, Editori Riuniti, Sellerio, Flaccovio, Charta).

POESIE


Il tumore della corteccia


Geme il tumore sulla corteccia
il mantellino rosso porpora
del micete
la mano che coglie
la spicola dolente
la sorpresa della morte
già attaccata
alla tua pelle di porfido.

(da Ingannando l’attesa, Novecento, Palermo 1997)



Da Ninive


Da Ninive giungono corpi senza vita
fragilmente sospinti dalle acque.
Il mare li avvolge,
ancora in quel loro cupo destino
mentre abitano indifesi
le ampie tuniche chiare.
Portatori di copricapi tenaci
sembrano flettersi
ai vortici laminanti delle code ittiche
in un turbinare sordo e antico.

Da Ninive, non un suono di battaglia.
Non un refolo di sangue,
nessuna pietà o amore.
La voce di ciò che fu il loro Dio appare piatta:
qualche plica in un rilievo opaco,
un cristallo del tempo che non riluce,
sibilo che non più trafigge.

(da “Sull’asina, non sui cherubini”, Spirali, Milano 1999)



Eccomi, impervia metafora


Eccomi, impervia metafora del mondo,
soffio del mare, del noi,
effimera consapevolezza del sé. Mia moglie brucia,
con incompresa ostinazione, la sua pelle chiara al sole sbiadito;
il figlio dorme con la città al folgorato squittio di Silvia:
tra amici, pietre, licheni, denti aguzzi di volpi, trappole,
il tutto nell'apparente ebbrezza del non morire.

(da Il nuotatore incerto, Sciascia, Caltanissetta-Roma 2002)


Corpi ornitologici

Per fremiti e notturni bisbigli si nutre
l'agile cuore delle due rondini addormentate
sotto un balcone sambucese.
L'aria densa s'è sciolta sul nostro manipolo
di guerrieri senz'armi, raccolto nel volo
di tortora attraverso la guglia ferita
della grande chiesa, del vasto bótro.
Di noi tutte creature animali, non una notizia
precisa; (che so) un chiarimento sul nostro destino,
un cenno amichevole di conforto, un'occasionale
stretta di mano. Per noi, torpore d'un vuoto
emerso dalla crudeltà del quartiere saraceno.
Questo zampillo d'acqua inesistente fa vivere
la nostra memoria, l'assenza dolorosa
nell'attesa che tutto possa cambiare.
Il mutamento, ora, trapassa i due minuti corpi
ornitologici, ignari dei nostri pensieri.
Mutamento di ben poca consistenza,
appena di fragile incontro di carni, di ombre fioche.

Sambuca di Sicilia, 7 agosto 1999

(da Il nuotatore incerto, Sciascia, Caltanissetta-Roma 2002)

Ricordo di mio padre

"Ogni alito di brezza era cessato e nell'aria
era rimasto uno strano stupore"
(Giani Stuparich, da L'isola, 1942)


Quale accordo, pianto. onda squamosa di mare
prossima al torrente secco, oleandrico, rimanda
il tuo pianto improvviso, inatteso a te stesso,
per far riemergere, spuma sottile e infida,
l'allora ignota paura della morte?
Nell'incomprensione di quanto accadeva, non io,
giovane frequentatore di anatomiche architetture,
potevo capire, intuire. Ed ecco un giorno, così,
inatteso commensale, ti siedi, ancora una volta,
accanto a me (non chiamato) a parlare quietamente
a discutere del bianco e del nero; e dire sì, no
e chiudere e aprire gli occhi
e nuotare col tuo costume di lana verde e cintura bianca
in acque dove si son forgiate armi divine
e sorridere, nel tempo, della nostra reciproca sorpresa.

Palermo, 19 agosto 1999

(da Il nuotatore incerto, Sciascia, Caltanissetta-Roma 2002)



Scia

Null’altro che una piega d’acqua
il corpo del delfino, quello raggomitolato
d’uno sconosciuto, dalla faccia enfia
dalle orbite prive d’occhi.
E sul destino del disperso la sua scia molle
avvolge ciascuno di noi
senza preavviso; improvvisamente
il colare a picco segna il nostro nuovo
passo incerto, di fanciullo,
di anima morta.

Palermo, 2001

(In: «Nuovi Argomenti», Mondadori, Milano 2003)



Attraversare il Gobi

Non è molta la strada che serve da riscatto
a noi imputati da Dio. Il serpente, d’altronde,
è già sulle nostre tracce: dal Pamir alla Manciuria
come dire, dall’inizio alla fine.
Eppure queste plaghe sabbiose, fangose
quest’incontro di rettili, ci attirano nell’enorme lastra
di pietra, posta sulle ossa dei grandi sauri.
Ma anche delle piccole scaglie di foraminiferi,
appena dissepolte nel loro riposo planospirale
per quell’essere aguzza lancia, anulare pensiero,
incavate in orbite dolenti, mostrano
quanto di noi c’è nel loro respiro, materia, letto.

(da “Attraversare il Gobi”, Spirali, Milano 2006)


Didone

Il rogo che brucia questo mio corpo
prese fuoco dalla fragile e impietosa
mia anima. Io divina,
ma dal cuore distratta, dal cuore recisa.

(da “Attraversare il Gobi”, Spirali, Milano 2006)



Sonagli
Per Francesco

All’insegna della passione
vibra lo scudiscio del segno.
Ecco il marchio dell’esistenza
a cerchiare il tuo sguardo.
Ora: quieto e profondo
lacerato e solo, assorto e muto
si scuote il covo dell’arte
tra cocci, nastri, sonagli.

(Inedito)

Dino D'Erice


Dino D'Erice, pseudonimo di Dino Grammatico, è nato a Erice (1924). Fondatore e direttore delle riviste “PTR ”, “Libec¬cio ” e “Rassegna siciliana di storia e cultura ”. Presidente dell'Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici. Presidente della Fondazione culturale “Lauro Chiazzese ” di Palermo.
Ha pubblicato: “Processo alla Regione Siciliana ” (Roma, Il Borghese, 1974), “La nuora Regione Siciliana ” (Palermo, Isspe, 1983), “Mezzogiorno tradito” (Roma, Secolo d'Italia, 1984), “La riforma elettorale rimasta nei cassetti di Sala d' Ercole” (Palermo, Isspe, 1996), “La rivolta siciliana del 1958. Il primo governo Milazzo ” (Palermo, Sellerio, 1996, 2 ediz. 1997), “Sicilcassa: una morte annunciata ” (Palermo, Sellerio,1998).
Con lo pseudonimo di Dino D'Erice, ha pubblicati (poesia): “Cielo nudo ” (Palermo, Flaccovio, 1966), “C'è un segno ” (Palermo, Dge, 1969), “11 verde sulle pietre ” (Milano, Ipl, 1989), “Mia incomparabile terra ” (Palermo, Thule, 1997); “Ad ogni avvento” (Palermo, Sellerio, 2003).


POESIE

Schegge di pietra

Oggi le mie parole
sono schegge di pietra.
E vorrei
               che ferissero
al cuore
               la violenza.

Io grido fuoco

Io grido fuoco
                          fuoco
al consumismo che strappa
le tele alle bandiere
                           e lascia
nei balconi
                           bastoni nudi
di ferro e legno.
E il fuoco
                          il fuoco
bruci la ruggine del cuore.


Anni '70

L'ideale non può essere odio.
L'ideale non può essere morte.
Ed è assurdo
                    assurdo
morire a vent'anni
col cuore spaccato dall'acciaio
della P 38
                 impazzita
tra le mani
d'un ragazzo.

I poeti (I)

I poeti oggi non hanno occhi
per guardare
                 ove la terra
si congiunge al cielo.

E sfugge
              la fiammella verde
che al tocco estremo del tramonto esplode
                            all'orizzonte.


I poeti (II)


I poeti del mio tempo
scrivono
               per gli addetti
ai lavori
                               oppure
                                            parlano
solo a se stessi.
La poesia è senza voce
                             al cuore degli uomini.


Comizi elettorali

Braci di parole
                             nell'aria stanca
e il vento
               raccoglie con la scopa
ceneri di promesse
mai mantenute.

(Da: “Il verde sulle pietre”, 1989)

I gerani di gibellina

 
Sono fioriti gerani rossi
sui cumuli
di calcinacci
                     della città distrutta.

Il cuore dei bambini
                                    sepolto
entro macerie di case diroccate
è vivo
               anche se il dolore
ha disseccato gli occhi delle madri
e il vento
               è senza fiato.
(Da: “Mia incomparabile terra”, 1997)


La Luna Accende Il Bianco


La luna accende il bianco
nella notte
                           e le rocce
della montagna
                           sono ossa
del tempo
                           stratificate.

Eppure

L'eterno
              è albero senza radici
e senza rami.
             L'infinito
spazio senza catene
e senza luogo.

Eppure
             fiorisce
                           la vita.


Il Respiro Della Terra


Sulle pendici dell'Erice: Sant'Anna
un cremo di suore
                         preda a lucertole grige
scarafaggioni rossi ed erba-vento
                                                    abbarbicata
a crepacci di mura ora in rovina.

Vi giungemmo per un sentiero che si inerpica
come scala addentata nella roccia.
Era fermo il vento
                                    e la luna rifletteva
luce bianca di fanali.
                                    Ascoltammo:
sulle braccia lunghe del silenzio
alitava
           il respiro della terra.

(Da: “Punti luce sulla strada di pietra”, 2002)

Emanuele Schembari

Schembari Emanuele è nato a Ragusa nel 1936. È giornalista professionista in pensione. Ha diretto per dieci anni la televisione privata “Teleiblea”, è stato redattore capo, per cinque anni, della televisione “Tele Nova”.E’ stato il capo dell’ufficio di corrispondenza per la provincia di Ragusa del quotidiano “L’Ora” di Palermo dal 1976 al 1990. E’ stato fra i fondatori del Premio Ragusa “ Un ponte per l’Europa “. Ha diretto periodici e riviste letterarie ( “ Il pernacchio “, “Tabellarius “, “ Cronorama “,“ Quale Cultura “, “ Scrittura “, “ La Marianne “, “ Il settimanale della Provincia di Ragusa “, “Pagine dal Sud”). Ora è direttore.e vice presidente del “Centro Servizi Culturali di Ragusa”, presidente del Gruppo Culturale “Mario Gori ”, e coordinatore regionale, per la Sicilia, del Sindacato Nazionale Scrittori.
Ha pubblicato tre libri di narrativa (“Le favole dei bottoni”, 1990; “Le macchie sul muro”, 1993 ; “Quelli del Turati”, 2000 ) e due di saggistica (“Tre discorsi per il recupero dell’infanzia isolata”, “1970: Calabria – Cilia: Il colore della contraddizione”, 1991 ). Ha curato due antologie (“Poeti contemporanei della provincia di Ragusa, 1986: Dalla lama del giorno”, 2002 ), il “Dizionario biografico degli autori contemporanei, 1994” e gli “Atti del Convegno La poesia del secondo novecento siciliano”, 1998.
Poesia: “Dove rimani viva”, 1968; “La transizione rabbiosa”, 1972; “Questione di misura”, 1973;
“La rivoluzione immaginaria”, 1974; “La progettazione magmatica”, 1980; “Il poligono circoscritto”, 1988; “I fiori, il tempo”, 1989; “Il poker della vita”, 1994; “Il meccanismo dei mulini di vetro”, 1996; “Aldi là del calendario”, 2005; “L’orologio elettronico”, 2006; “Le ombre delle illusioni”, 2009.



POESIE


Il Poligono Circoscritto

 
Ora che s’avvicina il tempo dei bilanci
al declinare di passioni e di prospettive
tutti i ricordi diventano fantasmi
e svolazzano come lenzuola stese al sole
agitando le ali riaffiorano i volti
che si confondono nei tempi e negli spazi
la vita va rarefacendosi assottigliando
il nastro per un registratore senza suoni
resta il timore di una realtà opinabile
una traccia di esistenza dai labili indizi
una macchia sul quaderno dei resoconti
il soffio di un sogno dimenticato
si fa presto a parlare di attività collettiva
se la tarantola della memoria si arrampica
su un muro bianco inseguendo risposte
si accorcia lo spazio tra le attese e l’arrivo
in un gioco ripetuto che si conclude
quando le forme non avranno forma
e la speranza sarà un poligono circoscritto.

( Da: “Il poligono circoscritto ”, 1988 )




La Corrente


Siamo tutti coinvolti ormai nessuno escluso
bisogna adeguarsi al filtraggio storico
che ci vede come fari nel voler mantenere
ci affidiamo alla corrente galleggiando
nei confini che intercorrono tra il nulla
e le ideologie all’interno del meccanismo
del teorema effimero e impalpabile
abbiamo dimenticato di bruciare tutto
quando s’era capito che bisognava distruggere
le radici dei miti le bandiere le credenze
le illusioni il dio patria famiglia
abbiamo perduto l’autobus in progetti
mentre costruivano il mondo per avvolgerlo
in cellophane e consegnarcelo in omaggio
ma libertà è non accettare dialoghi
in questo momento di riflusso
anche l’opposizione diventa complicità
combattiamo il sillogismo che vuole
comprare il nostro assenso dove ogni uomo
è minaccioso con l’altro converrebbe
restare all’interno della grotta
e colpire con la clava ogni visitatore
distrutte le risorse naturali
bisogna cambiare il sistema dei valori
rimane il circuito intermedio
dello stadio fra il mentale e il sonoro.

(Da: “Il poker della vita ”, 1994 )




Tornando Indietro


Avremmo avuto legare gli anni a mazzi
come si fa con l’aglio nel meridione
per impedire che volassero succedendosi
l’uno all’altro senza tregua senza pietà
per restare sospesi fra i dieci e i vent’anni
quando stendevamo un ponte verso il futuro
mentre tra filari di mura a secco giaceva
la campagna e passavano giorni sempre uguali
fino alle visite nelle grotte con i sassi
e le lucertole al marinare della scuola
alle feste dei ragazzi coi dischi a 78 giri
Harlem notturno e Smoke gets in your eyes
con letture da Salgàri a Pavese
fino d arrivare a Joyce ed a Kafka
quando tutto veleggiava verso uno spazio
come barche di carta in una vasca di zinco
ma ognuno di noi s’è perso trascinando
la propria valigia di memorie riempita
frettolosamente nella speranza di poter pagare
quei debiti cui non si può far fronte
tornando indietro solo col ricordo
nella rinuncia alla speranza in una realtà
che non ha più né fine né principio
alla ricerca dell’incoerenza felice
in cui perdersi col ritorno alle origini.

(Da: “Il poker della vita ”, 1994 )



Al Di La’ Del Calendario


Sfugge la vita a cui stiamo aggrappati
mentre si sono persi valori e sensazioni
e restano solo i ricordi a bruciare
in un falò di battaglie perdute
sullo sfondo della recita quotidiana
ce ne andremo seguendo il filo inesorabile
diminuiscono gli amici a cui telefonare
e con la loro progressiva sparizione
anche noi ci diminuiamo siamo rimasti
in pochi a ricordare gli stessi ricordi
si assottigliano le probabilità di rivivere
certe sensazioni e i progetti svaniscono
rimane solo la grande pietà per noi stessi
alla ricerca di ogni giorno che si stacca
e scompare ciò che esiste solo nella memoria
per le persone che non rivedremo più
noi siamo rimasti al di là del calendario
a rubare ogni ora di luce e di respiro.

(Da: “Dincolo de calendar ” – “Al di là del calendario ” –, 2005 )




L’ Orologio Elettronico


Talvolta vorremmo lasciarci dondolare dalla vita
con il ritorno dei ricordi e la scomparsa dei sogni
non sappiamo se domani ci sarà una rosa a sorriderci
o una spada d’argento presi dai giorni dirompenti
non troviamo il tempo di immaginarci o di guardarci
allo specchio per scorgere se qualcuno o qualcosa
ci attende sul filo che si accorcia quando aumentano
le cose da dire dall’alto delle memorie che affollano
lo spazio che ci resta e intanto viene costellato
di morti questo lungo percorso tra vuoti a perdere
e domande destinate a non avere risposte nel tempo
che lascia dietro di sé lampi di gesti immotivati
così tutto ci scivola tra le dita in un succedersi
di giorni implacabile come un orologio elettronico
che vorremmo fermare di cui non sappiamo il meccanismo.

(Da: “L’orologio elettronico”, 2006 )

Vita E Morte


E’ la vita che non mantiene le promesse
perdendo gli appuntamenti con se stessa
sprecando in vane attese rotoli di tempo
imboccando lunghe autostrade senza uscita
ma la morte è puntuale come un orologio
taglia il traguardo sempre al primo posto
colpisce proprio al centro del bersaglio
chiude i discorsi senza perdersi in dettagli.

(Da: “L’orologio elettronico”, 2006 )




Le ombre delle illusioni



E’ la strega di Biancaneve la bella regina
che interroga lo specchio delle sue brame
la prima memoria di cinema dell’infanzia
i sette nani che cantano e marciano in fila
con il principe in groppa al cavallo bianco
che sveglia la fanciulla dalle guance rosa
e il mondo tutt’intorno si dilata sconfinato
attorno alla casa sulla piazza e il giardino
che avvisto dal balcone dove passeggiano
i gatti del quartiere a darsi appuntamenti
che si concludono tra contrasti furibondi
la mamma è una tenera coperta di calore
mio padre un esperto dalle infinite facce
mi racconta le storie dei libri d’avventure
il lampadario delle immagini mi conduce
ai capelli lunghissimi della cassiera bruna
del cinema Marino che vedo in fotografia
sulla tomba al cimitero adiacente a quella
dei miei genitori dove sarò posto anch’io
attraverso lo schermo sogni bianchi e neri
con l’adolescenza di là da venire e la vita
si nasconde nel guscio vuoto dell’ostrica
la capanna oscillante sul vuoto di Charlot
il pollo gigantesco inseguito dall’omone
i chiodi spolpati della scarpa con i lacci
come spaghetti attorcigliati alla forchetta
nella patetica danza dei panini dell’attesa
sulla sinfonia dischiusa dagli avvenimenti
io non riesco più a ricordare come si vive
prima della guerra e della lacerante sirena
mentre si ascolta lo scoppio delle bombe
tra urla spaventate di mamma e della zia.

(Da: “Le ombre delle illusioni”, 2009 )

Tommaso Romano


Tommaso Romano è nato a Palermo (1955). Ha pubblicato:
“ Rime Sparse ”, 1969; “Tradizione x Futurismo ”, 1980; “L'isola Diamascien ”, 1985; “Sinfonietta di un giorno d'agosto ”, 1990; “Eremo senza terra ”, 1993; “17 Poesie — Opera 466 ” (con Franco Mannino), 1995; “L'Anacoreta occulto ”, 1996; “Futuro eventuale ”, 2002; e tra i saggi: “Scheg¬ge di saggezza di Lucio Anneo Seneca ”, 1980; “Umanesimo e socialità ”, 1980; “Ermes o della comunicazione ”, 1989; “Il Cristo di ogni giorno ”, 1993; “Finestra sul Cassaro ”, 1996; “Pellegrino al Pellegrino ”, 1998; “Tor¬re dell'Ammiraglio ”, 2002; “Oro del mosaico ”, 2004; “L’illimite sorte ”, Spirali, Milano, 2004.


POESIE


Contumacia


Ho amato l'amore
di simboli barocchi
che m'illusi conoscere.
Ho fatto di stracci metafisiche bandiere
rincorrendo approdi di conoscenza
per la strada gelida
fra vicoli e scorciatoie,
la croce sul Tabor come spada
disprezzando, odiando e commiserando
ho costruito cattedrali d'orgoglio
e fogli bianchi d'affanno e lamento
di lettere scritte e mai spedite.

La mia solitudine
una canzone di Ferrè mille volte ripetuta
un pezzo di piombo
miraggio di immortalità,
qualche poeta maledetto
nostalgie di memorie perdute
vecchie stampe e fiabe sui castelli
carta su carta
di mistici, filosofi e sapienti...
Ilo anche parlato, godendomi
e ascoltato... e generato per non estinguere.

Spesso sono fuggito in contumacia
qualche volta incatenato alla noia
— apprendista eremita —.

Ho aspettato, pregato e pensato
— eresie, lebbra e profezie —
ricomponendo esausto
ogni giorno
frammenti di esistenza mortale
in attesa d'eterna, sacra quiete.

(Da: “L’illimite sorte”, Spirali, Milano, 2004)




Estate

a mia madre



D'estate
noi s'andava
a Buonfornello
chilometri di sole
e fanciullezza.
Il tempo lungo
cardi e terra segnata
silenzi tra le parole del mare
e ciotoli
levigati dal tempo
terrazze grandi di rossa terracotta
di luce siciliana
e di stelle infinite,
cocomeri nel pozzo,
don Totò, zu Pavolo che dorme sempre,
'Ntonia colore oliva
e faccia segnata ad arcipelago.
Al primo piano
un'infinita chiacchiera:
Maria patriarca,
Bina stizzita,
Bice a ottant'anni bambina,
noi...
e Paneperso, un cane.
Buonfornello di Campofelice vicina
è la stagione
della mia estate ormai perduta.

(Da: “L’illimite sorte, Spirali, Milano, 2004)



Assenze imperdonabili



Incenso tridentino
al barocco solenne
d'arabeschi d'oro
ai teatini in marmo
nell'immobile tempo sacro
luci senz'abbaglio
fra le possenti colonne
con Cristina Campo
l'attesa liturgica
del canto gregoriano
assente,
ingiustamente.


25 maggio 2002

(Da: “L’illimite sorte”, Spirali, Milano 2004)


Mio padre...



Mio padre mi portava
a San Giuseppe
a siggere gli affitti
di case per uomini
muli e vacche
un anno di ritardo
pagherò ppa vinnigna
o ppu furmentu
fra mosche sazie
di sterco/crottin/bouse
e letame
fichi secchi
ficu r'innia
pietromax
e un vacili cu l'acqua
pi lavarisi.

Baciamo le mani, Avvocato,
e giù in fretta
il servizio da Roccamena
suona
per Palermo.

(Da: “L’illimite sorte”, Spirali, Milano, 2004)



La porta del Sole


Dopo Bisanzio
la Porta del Sole
accolse fra prati di fave e margherite raggianti
pellegrini di umiltà e orgoglio
al richiamo di sirene diafane
e di plumbee silfidi;
cominciarono a danzare gli gnomi
al suono di arpe islandesi
e le salamandre celtiche
giocarono con i cigni ai tarocchi.
Lievemente si chiuse
la porta del sole
e la notte inondò di sé i campi:
arcane magie babilonesi,
draghi maestosi e ippogrifi ubriachi
cavalcarono i pellegrini dormenti volando
tra i labirinti del sogno
verso le rive d'Acheronte
dove maestosa s'aderge la fine
solvendo paziente
i ruvidi scheltri raccolti.

(Da: “L’illimite sorte”, Spirali, Milano, 2004)

Lentamente



E lentamente
ritrovare chiarore
obliato nelle brume imprigionate
ancora un trepido velo
un impalpabile soffio di colori,
riprendeva l'alba del cosmo
assaporando il pulviscolo stellare
e il senso dello svelamento
all'infinito orologio del Tempo,
ripetizione differente,
variabile.

(“Da: “Cinque poesie”, Palermo 2006)


La disfatta



La disfatta
sui volti
(d'una metropoli
assolata d'inverno)
arresi alla vita
smarriti, pigiati
in un lungo tram
senza desideri
aggrappati a sopravvivere
stanchi
aspiranti
al fondo
dell'ultima fermata
senz'inganni.

(“Da: “Cinque poesie”, Palermo 2006)

Stefano Vilardo


Stefano Vilardo (Delia, Caltanissetta 1922) ha pubblicato, di poesia, nelle edizioni Sciascia: “I primi fuochi”(Caltanissetta-Roma 1954); poi, nei ‘Quaderni di Galleria’, curati da Leonardo Sciascia, “Il frutto più vero” (ivi, 1960) e “Gli astratti furor”i (ivi, 1988). Nel 1977, per le edizioni “Il Vespro” (Palermo), appare lo studio etnologico “Il paese del giudizio”. Per Garzanti (Milano), nel 1975, “Tutti dicono Germania Germania” riedito, nel 2007, da Sellerio, con la prefazione garzantiana di Leonardo Sciascia e una postfazione di Aldo Gerbino. Con Sellerio ha inoltre dato alle stampe i romanzi: “Una sorta di violenza” (Palermo, 1990) e Uno stupido scherzo (ivi, 1997). Fa parte del comitato scientifico dell’almanacco interculturale «Plumelia».





POESIE


Ma pure rimane


Ma pure rimane e austera,
intangibile, la tua alta pietà
di madre dolorosa
chiusa nella nicchia rustica
che si staglia nitida e serena
nel cielo corrusco,
in margine al paese che ha colore
di foglie consunte.

(da I primi fuochi, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1954)


Primavera è ormai vicina


Sono immerse le strade in un velo
di pioggia, a notte scenderà il gelo
a ingemmare i fiori appena nati
e l’erba ancora fragile dei prati.

Primavera è ormai vicina!
Il freddo è meno denso, la mattina
mi svegliano gli uccelli, deliziosi
sulla veranda alta dove tu posi,
la sera, del pane sbriciolato.

(da Il frutto più vero, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1960)



Con voce di memoria il sangue


Inutile gridare,
non sentono, non capiranno mai.
Esseri in preda alla narcosi
fornicano
si ingozzano
muoiono.
I cieli infetti
nera caligine di morte.

Luce di sole inutilmente ai giorni,
le città come immensi luna-park.

Urla con voce di memoria il sangue.
Spazza la terra sinistra paura,
con braccia gelide tenta la vita.

L'orrore
dirama
livide radici
nei cuori dissacrati.
Vietnam dicembre 1966


Alla maniera di Peter Weiss

Poteva avere tre o quattro anni
Il piccino era ferito
si teneva un braccino con la mano
in mezzo alla strada polverosa
Il sangue gli colava per terra
guardava in giro
gli occhi stravolti terrorizzati
come se non riuscisse a capire
Era lì solo
con i suoi grandi occhi sbarrati
Non piangeva neppure
Ad un tratto
il radio operatore del capitano
lo annientò
con una raffica di sedici proiettili
del suo fucile automatico M 16

(da Gli astratti furori, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1988)


Nell’arco dei tuoi colli


Nell’arco dei tuoi colli
così avari di verde, i mandorli
schiudono insperate frescure
che la macchia densa degli ulivi
tende di panici silenzi
in questa grave estate che spaura.

Ho visto le cicale sbigottire
e greggi piegare al filo d’ombra
dei canneti corruschi.
Urlare le schiere dei corvi
nell’occhio orrido del sole.
All’orizzonte il cielo marcire.

(da “Gli astratti furori”, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1988)



Improvviso il fulmine

È un meriggio d’agosto. Lontano
infuria il temporale. Mia madre
si affretta a ritirare,
prima che il lampo squarci
le nuvole, il rosso estratto
messo ad asciugare
nelle grandi tele e i fichi
e i materassi gialli e mi chiama.

La paura serpeggia per i campi.
I muli legati alla pastura
scalciano inquieti.
Una folata di passeri
impauriti si alza dalle stoppie
piomba sui mandorli immobili.

Improvviso il fulmine
accende un cielo livido d’angoscia.

(da “Gli astratti furori”, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1988)




Ricordo

Fu di domenica all’alba.
Le campane avevano suonato mattutino.
Si aprivano le case, i muli
impazienti battevano il selciato.
Un giorno come un altro,
il mercato si riempiva di voci.

Ma si aprì la cateratta del dolore
in fuoco di ferita. Franò il giorno.
Violenta la morte
ruppe ogni suono, ogni voce.
Disseccò nere pupille.

Un nitrito
e il rombo del galoppo
sui ciottoli neri del sagrato.

(da “Gli astratti furori”, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1988)




(da Tutti dicono Germania Germania, Garzanti, Milano 1975; Sellerio, Palermo 2007)


1

Sono partito per la Germania nel sessantuno
ché non avevo lavoro
Quando facevo una giornata
per due giorni poi restavo a spasso
Facevo il manovale
guadagnavo millecinquecento lire al giorno
in Germania invece
tre marchi tre marchi e mezzo l'ora
Siccome avevo contratto di lavoro
alla stazione trovai uno ad aspettarmi
che mi portò in baracca dai compagni
I primi giorni pensavo sempre alla famiglia
ma mi volli rassegnare
e quando accumulavo un po' di soldi
li mandavo a casa
Poi diventai aiutante carpentiere
e mi aumentarono la paga
Guadagnavo quattrocentocinquanta cinquecento lire l'ora
per dieci ore cinquemila lire
ma dovevo pagarci le tasse l'assicurazione la chiesa
Non mi sono adattato subito
ché non capivo la lingua
se il pulia mi mandava a prendere un attrezzo di lavoro
io dimenticavo la parola
e ritornavo indietro con la coda tra le gambe
come un cane bastonato
e così mi sfottevano tutti e mi rimproveravano
Magari adesso che mi trovo lì da quattro anni
qualche parola la mastico un poco
I tedeschi sono mischiati buoni e cattivi
ma quando una persona impara a parlare
e comincia a rispondere bene
allora si fa amare per quello che dice
A me mi volevano bene dove stavo
A volte qualche disgraziato ci insulta
sciais italien
perché non restate nelle vostre case
ebbene dobbiamo fare pazienza
che non c'è lavoro in Italia
dobbiamo ingoiare queste offese
Io avrei voluto rispondergli
però sempre straniero sono
e bisogna fare pazienza
sempre pazienza
che se ho torto o ragione ci perdo sempre io
Avrei avuto la capacità di rompergli la faccia
ma lasciavo perdere per non rovinarmi
Altri invece non ci pensano più di una volta
e arrivano al coltello


Su una foglia d’acacia


Una goccia d’acqua tremola
su una foglia d’acacia

Sbrilluccica, tentenna e poi s’ingorga
creando lontananti, in uno stagno,
evanescenti cerchi di memoria.

Così la mia vita (la tua forse)
pencola, vacilla e poi si scioglie
nel grande mare dei perché insoluti.

(Inedito)